Quando conosciamo bene, davvero bene una persona, a volte basta uno sguardo per capire cosa pensa, cosa sta provando… e a volte non c’è neppure bisogno di uno sguardo…

Possiamo comprendere se qualcosa non va da una pausa all’altro capo del telefono, da un respiro, da una esitazione, da una frase detta con parole che solitamente l’altro o l’altra non usa mai… se conosciamo bene una persona, le cose importanti non viaggiano attraverso le parole, ma si nascondono dentro ai silenzi.

Massimo aveva capito subito che quella sera qualcosa non andava dalla risposta che il cugino gli aveva dato al telefono quando dopo un mare di tentativi era riuscito finalmente a prendere la linea.

«Marco, sono Massimo! Dicono che lì in centro da voi le cose non vanno bene… voi come state?»

E prima di rispondere a quella domanda Marco, cugino di Massimo, aveva esitato: una pausa di un millesimo di secondo, seguita da una leggera incertezza nella voce…

«L’acqua sta salendo… è già oltre la prima rampa… ma stiamo bene! Maria Chiara ha chiamato il 118…»

Massimo aveva interrotto il cugino:

«Marco, che cosa succede?»

«Ho sentito… la voce era forte, era teso. Sentirlo un attimo teso… dici: ”boh! C’è qualcosa che non va bene”… gli faccio: “ma dov’è l’acqua?” Mi fa: “Guarda che sta salendo su per le scale…»

«Però io ho sentito che eravamo in pericolo, veramente la sensazione di dire: “noi moriamo qui…”»

16 maggio 2023 – Accade l’impensabile: i principali corsi d’acqua dell’Emilia-Romagna, oltre 20 fiumi, esondano causando una delle più gravi alluvioni sul territorio nazionale. 450 eventi climatici estremi nel nostro Paese in poco più di 24 mesi, danni per oltre 100 miliardi di euro e 22.000 vittime negli ultimi decenni. Che cosa sta succedendo?

Un’inchiesta su un disastro climatico, le sue cause, i suoi protagonisti per comprendere il presente di un clima che cambia e costruire un futuro che se vogliamo potrà essere migliore. Io sono Marco Cortesi e questo è “Fango – Storia di un’alluvione”.

«Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» lo scrive l’Apostolo Giovanni capitolo 15, versetto 13. È una di quelle frasi del Vangelo che in molti abbiamo ascoltato migliaia di volte fin da bambini senza farci tanto caso, come fossero una serie di sillabe il cui suono finisce per diventare familiare.

Ma ci sono eventi che prendono quelle parole e le riempiono di significato… non è un esercizio di stile, una parafrasi… è afferrarle e sbattertele in faccia nel loro senso più primordiale: e se toccasse a me, sarei davvero pronta a morire per i miei amici?

Se non fosse per il mio registratore appoggiato sul tavolo del giardino, si direbbe una serata d’inizio estate come tante altre. Un barbecue acceso ed un mare di bambini che giocano a rincorrersi a piedi nudi su di un prato tagliato di fresco. 

Incontro Massimo nella casa di campagna di Marco, il cugino del quale mi sta parlando con un bicchiere di vino in mano.

«Con mio cugino ci conosciamo da quando eravamo piccoli, da quando da ragazzini con il motorino andavamo al mare senza dirlo ai nostri genitori che pensavano stessimo studiando per la maturità. Siamo cugini, ma io dico che siamo più che cugini… siamo fratelli!» 

Massimo ha la schiettezza tipica della gente romagnola, accogliente e diretta. Sorride sempre mentre ti confessa il suo amore per la corsa o ti racconta dei suoi viaggi per cavalcare le onde dei mari di mezzo mondo su di una tavola da surf. 

«Dall’età di sei anni ho fatto windsurf fino ai 19, con anche gare a livello agonistico e anche a livello mondiale. Quando ho smesso con il windsurf per rimanere un po’ legato al mare mi sono detto: “Dai! Mi metto a fare un po’ surf da onda!” Almeno un paio di volte all’anno vado via e lo faccio…»

Mentre Massimo parla, penso al fatto che probabilmente questa sarebbe una serata perfetta: i bambini che giocano, la gente che ride… sono qui a rovinare questo momento chiedendo ad una persona di tornare indietro nel tempo per raccontarmi di una notte che è impossibile dimenticare.

    • «Maltempo in Emilia Romagna, la situazione sembra aggravarsi. Si potrebbero raggiungere i 130 mm di pioggia in 24 ore. »
    • «La situazione in Romagna è molto grave…»
    • «Salire ai piani elevati delle proprie abitazioni e limitare al massimo gli spostamenti…»

«Ero tornato presto dal lavoro quel martedì… Ricordo che pioveva dalla mattina… c’era un casino per le strade… Mi sono seduto sul divano e ho acceso la tv. Ripetevano di stare in casa, che i fiumi avrebbero fatto un macello… Noi abitiamo lontani dal fiume ma io avevo comunque barricato tutta casa…» 

«Era una settimana che con le previsioni che avevano messo io ho costruito delle barricate dappertutto, la nostra casa era inusabile! E niente, quella sera lì avevo finito di fare tutte le mie barricate… Chiara, mia moglie, guardava il cellulare ogni due secondi…»

La moglie di Massimo è nervosa. Le notifiche di decine di chat stanno dipingendo uno scenario molto più grave di quello che si sarebbero mai aspettati. Notizie che arrivano da fuori, da città distanti… Poi un nome “Faenza”, la città di Massimo e Marco, e un fiume il “Lamone”: la notizia parla di una tracimazione imminente. Il Lamone sta per esondare.

Nel messaggio si elencano le zone più critiche, quelle dalle quali le persone devono andarsene il prima possibile… una di queste è quella di Via Renaccio… per Chiara, moglie di Massimo, il nome di quella via non è nuovo… Perché quella strada le è famigliare? Poi all’improvviso la realizzazione: via Renaccio è a poche decine di metri da un’altra via: via Lapi dove abitano Marco, cugino di Massimo, Maria Chiara ed i loro 3 figli piccoli.

«Mia moglie mi dice che il fiume sta per esondare in via Renaccio, la via accanto a casa di mio cugino… mi fa: “Staranno tutti bene a casa di Marco, vero?” Ed io mi rendo conto in quel momento che sarò andato a casa di mio cugino un miliardo di volte, ma non avevo mai realizzato che avesse il fiume praticamente dietro casa!» 

«Mi fa: “prova a chiamare la Mary!” Il telefono della Mary non andava, non so perché, lei ha provato a chiamarla… niente! Ho provato a chiamare io lui, ma nessuno rispondeva… E gli faccio con la Chiara: “cazzo, se gli ha rotto lì, gli ha rotto in bocca! Lì diventa il fiume! Faccio con mia moglie: chiama i pompieri, chiama la polizia, chiama i carabinieri… allora ho dato un telefono a lei – un telefono a mia moglie – abbiamo iniziato a chiamare… nessun rispondeva…»

Fuori comincia a fare buio. Il cielo è un orizzonte fatto di enormi nuvole color carbone. La pioggia cade senza sosta.

«Non so perché, ma in quel momento sentivo che c’era qualcosa che non andava… voglio dire… non avevo motivo per pensarlo… ma era come se una voce dentro di me mi dicesse: “sta succedendo qualcosa”… Così mi sono attaccato al telefono… dovevo sentire mio cugino!»

    • «Qui la situazione è davvero drammatica, il Lamone ha appena rotto un’ampia porzione di argine… »
    • «Il fiume si è riversato in strada. Stanno arrivando migliaia di chiamate ai numeri di emergenza, anche sui social si moltiplicano le segnalazioni… »

Il Lamone in piena rompe l’argine: non a monte nelle campagne disabitate, non a valle oltre la zona artigianale dove ci sono solo capannoni ormai evacuati. Il fiume si riversa nel centro della città trasformandosi in uno tsunami fatto di acqua, fango e detriti.

Marco, cugino di Massimo, abita lì a 400 metri dall’argine: una piccola villetta a 2 piani dove lui vive con la moglie, Maria Chiara, ed i tre bambini: 10 anni il maschio, 8 la femmina e 6 per il piccolo di casa.

Per Marco e Maria Chiara l’incubo inizia con un Black out…

«È saltata luce… in realtà abbiamo capito che non era saltata la luce in casa nostra, era saltata la luce nella via — l’illuminazione pubblica, tutto — perché alle otto e mezza ha spaccato il fiume proprio in cima alla via. In venti minuti noi abbiamo visto l’acqua al primo piano!» 

L’onda marrone invade le strade, la sua velocità aumenta a causa della pendenza della zona: il Lamone scorre in un percorso artificiale obbligato creato negli anni per liberare le zone antistanti e renderle terreni edificabili. L’intero quartiere in cui vivono Marco e la sua famiglia sorge in quella che un tempo era l’ansa del fiume, il suo letto, la sua casa. 

L’onda di fango si incanala in via Lapi che è la via principale nella quale convergono i vicoli laterali che ora sono gli affluenti di un fiume in piena.

«Noi abbiamo sentito una botta, ha sfondato tutta la porta d’ingresso e tutto un tramezzo dentro perché poi quando arriva sfonda. Abbiamo sentito il rumore dell’acqua in casa, perché dentro dopo era una cascata. Dallo stipite della porta chiusa te vedevi la cascata proprio che entrava dentro, una cosa incredibile… incredibile!»

L’onda solleva le auto parcheggiate, trasforma cassonetti di rifiuti in arieti impazziti tra onde di schiuma e fango, capaci di sfondare la porta di un garage, frantumare una vetrina, piegare lamiere…

All’interno della loro casa Marco, Maria Chiara ed i tre figli sono già al piano di sopra.

«I bambini nel panico… cercavano… Ho detto: “No! Ma siamo tranquilli!” Gabriele, quello di sei anni, correva su e giù: “Abbiamo già avvisato i vigili del fuoco, stanno arrivando, stai tranquillo!”»

«Facevamo finta di essere calmi… per i bambini… mi ero inventata la storia che eravamo in campeggio con le torce… ma loro avevano capito subito tutto quanto. Ricordo Gabriele, il piccolo, che si avvicina al pianerottolo delle scale, guarda giù mentre l’acqua era già arrivata alla fine della prima rampa, si volta verso di me e dice: “Per noi finisce qui, mamma!”… Ci credi? 6 anni! Ha detto così!

«Veramente la sensazione di dire: “noi moriamo qui!”. Ad un certo momento ho detto con Marco: “E se togliamo tutte le lenzuola dai letti, le annodiamo, chiamiamo i vicini almeno da fare tipo una diga? Perché la paura è che se tu esci fuori in mezzo a quel fiume, i bambini volano chissà dove!»

Lo scrosciare dell’acqua viene interrotto all’improvviso da un cellulare che squilla. In quel momento Massimo è a cinque chilometri di distanza in casa sua e finalmente dopo innumerevoli tentativi riesce a prendere la linea.

«Marco, sono Massimo! Dicono che lì in centro da voi le cose non vanno bene… voi come state?»

Marco stringe il cellulare premendolo sull’orecchio… fuori la strada è immersa nell’oscurità e attraversata da centinaia di grida… gente affacciata ai balconi che cerca aiuto, ma i soccorritori non sono ancora riusciti a raggiungere la via a causa della corrente violentissima… e se giungere fin lì è impossibile ai soccorritori, che senso ha allarmare suo cugino?… che senso ha dirgli che se la stanno vedendo male?… che senso ha confessargli che per la prima volta in vita sua ha paura… paura per davvero!

«L’acqua sta salendo… ma stiamo bene! Maria Chiara ha chiamato il 118…»

Massimo non lo aveva lasciato finire: «Marco, che cosa succede?» 

«Subito era occupato, poi ho preso la linea… La prima chiamata… Ho sentito: la voce era forte… di solito è uno che ha voglia di scherzare, anche — per dire — se distrugge la macchina, si ferma e ride, se tutti stanno bene… ecco lì non era così. Era teso, difficilissimo vedere una persona…. Ti dà sempre una certa tranquillità, no? Sentirlo un’attimo teso dici: “Boh! C’è qualcosa che non va bene!»

«Siamo al piano di sopra… l’acqua è arrivata anche qui… 20 centimetri, non di più… ma, ascolta, Massimo: se l’acqua continua a salire… andiamo sul tetto!… ci arriviamo dal terrazzo… tiro su Maria Chiara, poi le passo i bambini!» 

«Ma cosa stai dicendo?! Come fai a far salire tutti sul tetto di peso?!» poi la linea era caduta di colpo. Massimo aveva tentato di richiamare, ma la voce elettronica lo informava che il telefono non era più raggiungibile. 

    • Il cliente da lei chiamato non é al momento raggiungibile. La invitiamo a riprovare più tardi.

L’uomo era rimasto lì in mezzo al salotto con il cellulare in mano.

Nella nostra inchiesta ci siamo confrontati spesso con storie simili a quella di Massimo… i dettagli possono essere differenti, le dinamiche diverse, ma il fulcro centrale rimane lo stesso: una situazione disperata: dove le probabilità di successo sono praticamente nulle… dove non c’è niente che tu possa fare…

Massimo era rimasto immobile fissando il vuoto, poi si era voltato verso la moglie e aveva chiesto come fosse la cosa più naturale del mondo:

«Senti… ma, la tavola è ancora in garage?»

«Che tavola?»

«La tavola da surf!»

«Massimo, che cosa vuoi fare?»

Il vecchio armadio era così pieno di cianfrusaglie che il ragazzo aveva dovuto puntellare la schiena contro il muro e spingere con le gambe per spostarlo di qualche centimetro. Da dietro spuntava l’angolo di qualcosa di lungo e sottile, avvolto in un lenzuolo. Massimo aveva afferrato un lembo e aveva tirato. Davanti a lui stava una vecchia Mini Malibù, dipinta di bianco con lo stemma di un’onda azzurra al centro.

«Tiro fuori la tavola: un Mini Malibù. È 7 piedi e due. È una via di mezzo fra un longboard e una shortie, è una tavola che è 2 metri e dieci, ha poco galleggiamento però…»

Cinque minuti più tardi Massimo è al volante del suo fuoristrada, indossa la muta con la quale un tempo surfava sulle coste della California. L’uomo raggiunge la città… conosce bene la zona e riesce ad avvicinarsi ai dintorni di via Lapi. Attorno a lui lo scenario è disarmante.

«Una situazione surreale: polizia, elicotteri… una roba fuori di… sembrava una guerra! Abbiamo fatto il ponte e nel ponte abbiamo visto tutte le macchine già parcheggiate, ho detto: “ohi, che casino!”»

Massimo lascia il fuoristrada parcheggiato di lato e procede verso la sponda di quello che è ora un fiume in piena che scorre proprio davanti a lui…

«Mi sono tolto le scarpe e ho afferrato la tavola… davanti a me iniziava come un lago dal quale spuntavano solo i tetti delle case… non avevo mai pensato al fatto che la città non fosse tutta sullo stesso piano… ora potevo vederlo bene, c’erano parti più alte e altre più basse… e quelle più basse non c’erano più!»

Massimo comincia a camminare con la tavola al fianco mentre la corrente attorno a lui diventa più forte.

«Mi sono buttato con la tavola che era come buttarsi in mare quando c’è uno short break, il livello dell’acqua era già qui, quindi non ho fatto altro che buttarmi in avanti e buttarmi sopra…»

Massimo si aggrappa alla tavola e vi si stende sopra allontanandosi con una spinta dal muro che si trova alle sue spalle… si issa oltre la cima e comincia ad avanzare a larghe bracciate.

«Ero certo di potercela fare… ma mi sbagliavo!»

Appena la tavola giunge al centro della strada, Massimo viene travolto dalla potenza del fiume. 

«Ho nuotato un po’… in un secondo ho preso una “svettola” dalla corrente perché la via Lapi era diventata il fiume, no? Era il letto del fiume! Ho “scarrocciato”…fai conto trecento metri all’edicola, quasi oltre quel capannone, ma per me oltre!»

La tavola viene sbalzata all’indietro senza controllo… L’uomo è travolto dalla corrente che lo trascina sott’acqua inghiottendolo in un vortice…

Massimo sbuca fuori da quella melma tossendo… gli occhi rossi ed i capelli sporchi di fango…

«Ho detto: “Cazzo! Sono venuto in qua per tirare via loro, mi affogo io!” Ho preso in un’inferiata, mi sono fermato in ‘sta casa, in ‘sta inferiata e ho detto: “è impossibile, è impossibile, quasi è impossibile…”»

Ad un metro da lui un enorme cassonetto sfreccia trasportato dalla corrente… impatta l’insegna di un negozio che si scardina dal muro portando con sé un blocco di cemento.

«C’era un sacco di corrente, in più iniziavano a volare anche i cassonetti e quelle robe lì. Ad un certo punto una “panacca” e faccio: ma cazzo è?! Mi sono girato: era un cassonetto della plastica! Nella schiena, in pieno! Andavano! Lì c’era la corrente… è come se tiri una cosa nel fiume quando va… Cioè ho sentito una roba liscia, liscia, liscia: era una macchina… c’era l’antenna: era una macchina sotto di me! Un film! Un film! Sembrava un Titanic!»

In quel momento qualunque persona sana di mente avrebbe accettato la lezione… qualunque persona sana di mente sarebbe tornata indietro ringraziando il Cielo di essere ancora viva… 

«Io non credo di essere davvero a posto con la testa! Ho detto al fiume: “Ah, no! Adesso mi fai incazzare!”

Ho surfato alle Hawai, ho surfato in Brasile, ho surfato in Africa, ho surfato tutti i posti — per dire — più impervi, dove c’è il reef che l’acqua finesce a quaranta centimetri che se non sei bravo a galleggiare, ti gratti come un pezzo di forma. Ho detto: come è possibile che mi faccio prendere per il culo in via Lapi?! C’è stato un momento mentre nuotavo, quando mi è preso il nervoso, che mi sono messo proprio in mezzo a via Lapi… nuotavo con la tavola… non mi muovevo! Sai quelle piscine dove c’è il getto che ti spara? Non mi muovevo di un millimetro…Ho detto: “stai a vedere anche questa!”»

Massimo stringe i denti mentre l’emozione più primitiva, più ancestrale, ma in quell’istante la più preziosa monta dalla stomaco: la rabbia. Il ragazzo butta le braccia in acqua e comincia a nuotare a testa bassa.

In quell’istante Marco, cugino di Massimo, è a meno di 200 metri. La situazione è critica. Il livello dell’acqua è giunto ad oltre 4 metri e mezzo. L’uomo e sua moglie sono in terrazzo al primo piano. L’acqua arriva al bacino di entrambi. Maria Chiara regge Gabriele, il più piccolo, in braccio. Marco invece tiene i bambini più grandi seduti sulla ringhiera del terrazzo stringendoli ai suoi fianchi. La scena è assurda. Attorno a loro un coro di gente che urla dalle finestre chiedendo aiuto.

«Era molto freddo… ricordo che le braccia tremavano… e ricordo le labbra dei bambini: erano viola… il freddo è bastardo perché rallenta i pensieri… non riesci più a capire niente… continuavo a tenere i bambini pregando che l’acqua si fermasse…» 

È in quel momento, mentre il suo cellulare sta per spegnersi definitivamente, che Maria Chiara riesce a digitare un messaggio. Vorrebbe dire tante cose… a sua madre, a sua sorella, alla sua migliore amica… ma non c’è più tempo. Così prima che lo schermo si spenga per sempre, Maria Chiara scrive di getto l’unica cosa che vorrebbe chiedere a tutte le persone che le sono più care: “Pregate per noi”. 21:54: l’ora di quest’ultimo post. Poi più niente.

«Quando ho scritto in un messaggio: “pregate perché siamo in pericolo”, non mi sono resa conto che loro manco sapevano cosa che stava succedendo… però io ho sentito che noi eravamo in pericolo. Quindi che chiunque potesse pregare visto che tanto noi non ce la facevamo, poteva essere utile.»

Testardo: L’aggettivo deriva dalla parola testa… si dice di chi è così cocciuto da non desistere, da non mollare nonostante l’evidenza, da sbattere la testa contro il muro fino a rompersela la testa pur di non cambiare idea, di chi è così folle da sfidare in una gara di nuoto un fiume in piena.

«Che fai? Non mi saluti?»

All’improvviso una voce era risuonata a pochi metri da Marco.

Alle spalle dell’uomo stava uno strano tipo con una muta addosso steso su una tavola da surf che lo guardava sfinito, distrutto, ma con un assurdo sorriso sul volto. Marco avrebbe voluto abbracciare il cugino, dargli del pazzo e dirgli che mai come adesso era contento di vederlo… che lui stava per mollare… che se smetteva di reggere i bambini…

Ma Massimo lo aveva destato da quel turbinio di pensieri: «Ehi! Passatemi Gabriele! Forza!»… Maria Chiara aveva allungato a Massimo il più piccolo, 6 anni soltanto. Massimo lo aveva caricato sulla tavola. 

«Lo porto a terra e torno a prendere gli altri!»

«Sono arrivato e lui mi ha dato il primo che era Gabriele… Me lo ha messo sù con un bracciolo sulla tavola. Lo tenevo per un braccio e poi piano piano e intanto che andavo in là, la mia preoccupazione era riattraversare di nuovo la via Lapi con un bambino. Lui a sedere sulla tavola girato verso di me, lo tenevo con un braccio… nuotavo solo con un braccio e solo con la forza delle gambe.»

Massimo deve fare in fretta. Il nemico più pericoloso adesso si chiama ipotermia. I bambini sono in acqua da troppo tempo…

«Gabriele stava zitto, immobile… a cavalcioni con le gambe in acqua… Ricordo che era bianco come un lenzuolo, le labbra erano viola…»

«Batteva già i denti, era verde… Lui era del colore delle piante. Cioè mi guardava con le labbra viola…»

Maria Chiara guarda il piccolo Gabriele a bordo della tavola da surf di Massimo. L’uomo lo posiziona in modo che il bambino possa tenersi con le mani ai bordi della tavola. Poi inizia a nuotare in direzione dei soccorsi scomparendo nell’oscurità dalla quale era arrivato pochi minuti prima.

Costeggiando i muri delle case dove la corrente è meno violenta Massimo riguadagna la via del ritorno. Da dietro l’angolo di un palazzo compaiono finalmente alcune luci: un folto gruppo di persone è accorso per dare il loro aiuto. Gabriele viene affidato agli uomini della Croce Rossa. 

Ma il lavoro di Massimo non è ancora finito. L’uomo torna alla casa di via Lapi. È il turno di Ludovica, 8 anni. La bambina è spaventata a morte.

Massimo sistema la piccola sulla tavola e poi scompare di nuovo nell’oscurità della via. 

Ma qualcosa questa volta sembra andare per il verso sbagliato.

Che sia una storia che leggiamo in un libro, un film che vediamo al cinema o un pezzo di vita vera c’è sempre un momento in cui le opzioni terminano, in cui il corso degli eventi non ha più bivi o deviazioni, dove non c’è più niente che si possa fare, dove qualcuno vince e qualcuno perde.

E se ci pensate in quei momenti non siamo più noi il centro del mondo… il dolore più grande non è nel pensare al nostro destino, ma al destino delle persone che amiamo…

«E Massimo è partito e non tornava! E io ho detto: Ludovica è caduta! Perché ci mette così tanto?»

Nella mente di Maria Chiara si disegna l’incubo più atroce: «Ho pensato che Ludovica fosse caduta in acqua, perché erano passati 10, 15, 20 minuti e Massimo non tornava… restavo accanto ad Agostino, il più grande, e nella mente continuavo a ripetere: “Ti prego! Fa che sia andato tutto bene!”»

«Guarda me! Guarda sempre me!»

All’interno di un’ambulanza una bambina di 8 anni avvolta in una coperta teneva stretta una barretta di cioccolata e raccontava ad una volontaria di Croce Rossa che l’ascoltava stupita di essere arrivata fin lì in un modo incredibile: sulla tavola da surf dello zio. Ludovica era in salvo e Massimo sarebbe stato puntuale all’appuntamento con l’ultimo dei bambini, Agostino, non fosse stato per qualche contrattempo incontrato durante il percorso.

«C’era un altro che dalla finestra mi aveva messo fuori suo figlio… che urlava: “per favore prendi lui!” E in casa c’aveva la TV, i mobili, le robe che ballavano con l’acqua, no? C’era la moglie in piedi sull’armadio… anche il babbo. Gli faccio con il nonno, — perché c’era anche il nonno in casa —: “Digli di buttarsi dentro al canotto ché il treno dopo va via!”»

Massimo continuò a portare in salvo persone per tutta la notte, andò avanti fino allo stremo delle forze giungendo dove nessun mezzo di soccorso sarebbe potuto arrivare: a terra durante le operazioni di salvataggio il cugino Wainer, senza il cui aiuto e supporto Massimo non ce l’avrebbe mai fatta. Le persone salvate da quello strano tipo che avanzava su una vecchia tavola da surf in mezzo ad un fiume in piena furono 9 in gran parte bambini, alcuni piccolissimi. Di quella notte restano foto, filmati registrati in mezzo ad un inferno fatto di acqua e fango ma sopratutto resta un post su una pagina Facebook.

Sotto il post una serie di commenti: c’è chi all’inizio chiede “che cosa sta succedendo?” O chi scrive: “State tutti bene?” Ma man mano che i telegiornali ed i media raccontavano a tutta Italia la tragedia dell’alluvione, i commenti cambiano: “Vi siamo vicini”, “Preghiamo per voi”. Alla richiesta di una madre, centinaia di persone, in molti casi perfetti sconosciuti, avevano risposto all’appello, avevano chiuso gli occhi e qualunque fosse stata la cosa in cui credevano, avevano pregato.

«Allora mi sono detta: “Guarda! C’è qualcosa nell’essere umano che è umano!”, poi la religione, il soprannaturale sublima, aiuta… ma c’è qualcosa nel cuore dell’uomo che proprio ti spinge. Dici: “è possibile perché siamo uomini, non solo per una religione o cosa…”»

Maria Chiara mi racconta come nel momento in cui aveva lasciato la sua casa si era ritrovata a pensare a tutti coloro che sono costretti a lasciare la loro scappando da guerre, dal deserto che avanza… C’è la consolazione per Maria Chiara di poter ritornare nonostante l’aver perso tutto, ma altri questa consolazione non l’avranno mai.

«Senti che… cioè io sapevo che scappavo però… con la speranza prima o poi di ripassare da una porta… di ritornare lì… e poi si lascia la cosa proprio solo quando sei in pericolo, che nessuno ha piacere di lasciare la casa, non la lasci per andare all’avventura di qualcos’altro! E veramente dici: “C’è gente che scappa perché la sua casa viene invasa dal mare, dal fiume, dal…”»

Lascio Massimo e Marco mentre giocano a rincorrere le loro bambine che gridano a piedi scalzi su di un prato con l’erba tagliata di fresco.

Mentre guido in una serata di inizio estate penso ad una frase che Maria Chiara mi ha detto durante l’intervista, una frase che a pensarci bene, ho sentito ripetere migliaia di volte, tanto che le parole hanno finito per perdere di significato…

Ora però quel significato è ritornato.

«Non c’è amore più grande di chi dà la vita per i propri amici. Allora io sono pronta a dare la vita per te? Tu sei pronta a dare la vita per me? Per me è stato sconvolgente che un ragazzo è stato davvero pronto a dare la vita per me. L’ha fatto veramente! Per me questa cosa è stata sconvolgente…»

«Siamo tutti salvi! Sono arrivata io per ultima… con il beauty e con i documenti, perché ho imparato che quelli van presi! Ci ha salvato Massi: tutti sulla tavola da surf uno alla volta… ed è ancora là che va a salvare… i gommoni arrivano adesso! Gabriele sarebbe già affogato! Tutto bene! Ditelo a tutti!»

«Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici.»

Scappare per sopravvivere

Sono 1,7 miliardi le persone che negli ultimi 10 anni sono state colpite da disastri climatici. Di queste 700.000 hanno perso la vita. Negli ultimi 15 anni circa 26,4 milioni di persone sono state spinte a migrare per cause riconducibili al cambiamento climatico.

Si fugge dal deserto che avanza, dalla mancanza di acqua e precipitazione, dall’innalzamento dei mari, dalle carestie, da un ecosistema marino sempre più povero. Interi raccolti vengono persi a causa di ondate di calore, ma lo stesso effetto è generato da piogge forti, inondazioni, tempeste, uragani. A questo si aggiungono i nuovi parassiti che con l’innalzamento graduale delle temperature trovano habitat perfetti per proliferare.

A livello mondiale 79 sono i conflitti innescati da cause climatiche e secondo le Nazioni Unite entro il 2050 si verificherà l’esodo per motivi legati al cambiamento climatico di 200 milioni di persone.

Dal 1995 al 2009 l’80% dei flussi migratori diretti verso il territorio italiano è da attribuire secondo recenti statistiche a cause climatiche.

Fango – Storia di una Alluvione | Scritto e narrato da Marco Cortesi e Mara Moschini
Una produzione Ass. Moka © Tutti i diritti riservati
Distribuito da VOIS – Podcast Creator Compay

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Fango - Storia di una Alluvione