Sara ha bellissimi occhi neri incastonati in un volto dai lineamenti esotici. Lunghi capelli bruni, lunghe ciglia, labbra carnose… Sara ricorda una principessa indiana

…e se nessuno può sapere se sangue nobile scorra nelle sue vene, una cosa è certa: Sara è nata a migliaia di chilometri di distanza, in India, adottata piccolissima da una famiglia italiana.

Incontro Sara sull’argine del Montone a Forlì. È una giornata mite, il cielo azzurro, non molto lontano alcuni ragazzini inseguono un pallone nel sole di un pomeriggio d’inizio estate. Passeggiamo in silenzio, apparentemente senza meta.

Eppure una meta c’è: davanti a noi all’improvviso si staglia un piccolo alberello solitario non molto distante dall’argine, poco più che un arbusto… Sara appoggia la mano sulla corteccia ancora sporca di fango, poi si volta verso di me ed io noto che i suoi occhi sono lucidi. Senza quel piccolo albero che sorge lì in mezzo al nulla, Sara non sarebbe qui a raccontarmi la sua storia. 

«L’albero dopo è stato sradicato, se mi fossi aggrappata all’altro albero, l’altro albero è totalmente spezzato… Ci sono stati diversi momenti in cui ho pensato di morire lì. Mi dicevo: “Io muoio oggi che è il 16 in mezzo all’acqua e poi come!” Perché nel mezzo c’era la rete, le spranghe di ferro…»

16 maggio 2023 – Accade l’impensabile: i principali corsi d’acqua dell’Emilia-Romagna, oltre 20 fiumi, esondano causando una delle più gravi alluvioni sul territorio nazionale. 450 eventi climatici estremi nel nostro Paese in poco più di 24 mesi, danni per oltre 100 miliardi di euro e 22.000 vittime negli ultimi decenni. Che cosa sta succedendo?

Un’inchiesta su un disastro climatico, le sue cause, i suoi protagonisti per comprendere il presente di un clima che cambia e costruire un futuro che se vogliamo potrà essere migliore. Io sono Marco Cortesi e questo è “Fango – Storia di un’alluvione”.

Se andate in cerca di citazioni su internet, ce n’è una che probabilmente troverete quasi subito dato che è tra le più celebri: “Vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo”. Alcuni la fanno risalire addirittura all’imperatore Marco Aurelio, vissuto quasi 2000 anni fa, ma sembra che un sacco di gente vanti la paternità di questa frase.

È un invito ad assaporare ogni momento, a considerare preziosa ogni ora che ci è concessa, consapevoli che non tornerà mai più… ma è così facile dimenticarsene. E se il vero autore di questa massima non sarà mai trovato, il padre di una variazione della stessa è noto: il celeberrimo pugile Muhammad Ali (anche se alcuni scommettono fosse Ray Charles o Woody Allen o addirittura Steve Jobs): “Vivi ogni giorno come fosse l’ultimo. Prima o poi ci azzeccherai”

Quando il 16 maggio a Forlì scatta l’allerta, Sara è in negozio come tutti i giorni e anche lei come tanti si meraviglierà in quel momento del fatto che solo il giorno prima il cielo sulla città fosse di un azzurro terso, una bellissima giornata di sole che anticipava l’estate.

«Era una delle cose che pensavamo tutti ecco, poi lavorando con la gente… Questa era un po’ la… Ma io non l’ho mai presa sottogamba perché abitando di fianco ad un fiume, io l’avevo tenuto sotto controllo dalla mattina. Io ho chiuso prima il negozio e ho portato via la macchina perché lasciare la macchina dove abito era… cioè chi ce l’ha lasciata non ce l’ha più.»

Quel giorno le autorità avevano ordinato di evacuare il piano terra e rifugiarsi ai piani superiori: tv, social network, stampa… addirittura pattuglie con megafoni che nelle città dell’entroterra avvisavano i residenti di strada in strada. Le previsioni parlavano dell’arrivo di un evento climatico estremo. 

    • «Abbiamo 11 fiumi che in questo momento sono sopra soglia 3, ma sicuramente ne avremo altri 19 che si aggiungono…»
    • «Mettere in salvo le persone, questo è l’imperativo…»
    • «Cerchiamo di mantenere la calma, chi può si sposti ai piani superiori…»
    • «Evacuare i piani terra, evacuare i piani terra! Attenzione, allerta rossa…»

Se non fossero stati presenti piani superiori, l’ordine era quello di abbandonare la propria casa, trasferirsi da conoscenti, parenti o dirigersi ai punti di accoglienza che erano stati allestiti negli stadi e nelle scuole. 

«C’era l’allerta. Il fiume doveva esondare verso una certa ora, io sono uscita di casa prima che dovesse esondare perché in casa mia non c’era già la luce…»

L’appartamento di Sara possiede un primo primo, ma Sara non se la sente di restare da sola. La pioggia ha cominciato a cadere più forte e la mente si riempie di un mare di preoccupazioni come quella di restare isolati in una casa senza più corrente, senza più linea telefonica… In qualsiasi altra occasione Sara le avrebbe considerate seccature senza importanza, ma ora tutto è come avvolto da un velo di ansia che cresce di ora in ora. “Vengono a prenderti il babbo e John! Tra poco sono lì!” – le aveva detto la madre al telefono. L’appuntamento è a poche centinaia di metri di distanza, a qualche passo da un ristorante della zona.

«Mi hanno chiamato i miei dicendo che mi sarebbero venuti a prendere verso “La Marì d’Otello” per intenderci… sarebbero stati non so quanti metri… ma poco!»

La madre al telefono avvisa Sara che padre e fratello stanno partendo. Pochi minuti e Sara vedrà la loro auto venirle incontro.

«Questa sera però il menù lo scelgo io!» Aveva scherzato Sara. 

Sua madre aveva riso, ma senza riuscire a dissimulare un’angoscia che si faceva di minuto in minuto più grande… e lì al telefono avrebbe voluto dire a Sara di stare attenta perché sù, in collina e ancora più sù sulle montagne, stava succedendo il pandemonio, che giravano immagini su Facebook, nelle chat con le amiche, che facevano paura… ma la madre di Sara sapeva che preoccuparsi ora non avrebbe avuto senso… avevano tempo. La piena era lontana, dicevano online, e allora – quanto ci scommetti? – quella sera, anche senza luce, senza tv, senza cellulari (almeno una volta, Dio ti ringrazio!) avrebbero cenato tutti insieme! E se anche fosse venuto giù il Diluvio Universale, la loro bambina sarebbe stata lì al sicuro con loro!

«Io mi sono incamminata e appena ho superato la parte recintata delle case, andando verso La Marì d’Otello, finita la rete… il fiume ha esondato.» 

In quel momento Sara sta camminando a meno di 20 metri dal fiume Montone il cui livello già da ore è altissimo, ma più a monte – come fosse uno tsunami in miniatura – l’onda di piena sta avanzando lungo l’asse portante del fiume. Gli esperti avevano calcolato il suo arrivo a Forlì non prima di due ore: il calcolo viene svolto grazie ai dati forniti in diretta dalle centraline posizionate lungo il corso d’acqua… sono questi dati inseriti in un modello di calcolo che permettono di stimare quantità e velocità della massa di fango e detriti, ma è qui che succede l’impensabile: a monte la quantità di acqua che si muove verso valle è tale da sommergere totalmente le centraline idrometriche. Troppa acqua, troppo in fretta: i sistemi di calcolo vanno in tilt. Il fiume “scompare” dai computer. Prevedere quando l’onda di piena arriverà è ora semplicemente impossibile. 

«Ero praticamente arrivata… mancavano solo pochi metri… poi ho sentito quel rumore, quel rombo che cresceva, come il rombo di un tuono… mi sono voltata e ho visto un’onda scura che spuntava da dietro l’ansa del fiume… c’erano i canneti e l’onda li buttava giù e li sommergeva… c’era questo muro d’acqua marrone che correva nella mia stessa direzione.» 

Sara aumenta il passo convinta che riuscirà a raggiungere la strada principale, certa che basterà guadagnare l’altro lato della strada per essere al sicuro, ma l’onda alle sue spalle è molto più veloce di quanto abbia immaginato. Il muro di fango si infrange contro l’ansa, supera l’argine e si trasforma in una lama che colpisce e abbatte tutto ciò che trova sul suo cammino.

«Ho sentito che la corrente era fortissima, l’acqua iniziava ad alzarsi oltre il polpaccio. E quando l’acqua si alza oltre il polpaccio, oltre il bacino non ne parliamo, ma oltre il polpaccio, ti impedisce il movimento, ti può far cadere, non sei più stabile ovviamente… Cioè ti viene il panico!»

Sara comincia a gridare chiedendo aiuto. La strada è deserta. L’onda del fiume è come una mano che ti afferra le caviglie e comincia a tirare, seguendo invisibili vortici e correnti… 

«Ho spalancato le gambe per non essere rovesciata a terra… tenevo le braccia spalancate cercando di mantenere l’equilibrio… era come… hai presente quando da bambina in montagna attraversi un torrente… all’inizio sembra una cosa da niente… poi ti trovi nel mezzo, dove l’acqua è profonda, e senti la forza del fiume che ti tira via…»

Sara non ha possibilità di appiglio, urla, strilla. Vicino a lei sta un piccolo albero che  trema sotto la spinta della corrente.

«Perché la corrente lì iniziava a tirare via! La corrente era molto più forte, aumentava sempre di più! È come quando tira il vento troppo forte, perdi l’equilibrio. L’acqua era altissima, ancora più alta. Anche perché non era solo acqua, era acqua, fango e tutto il resto… Quindi ad un certo punto ti rende… Sono sabbie mobili!»

D’istinto Sara lancia in avanti le braccia verso quello che è poco più di un arbusto che se ne sta lì in mezzo ad un fiume di acqua e fango… il piede destro trova qualcosa sotto la suola, un appoggio capace di offrire una superficie stabile per una frazione di secondo, ma tanto basta per buttarsi in avanti e abbracciare il tronco dell’albero, stringerlo a sé, come fosse una boa in mezzo ad un oceano marrone.

«Io ho avuto, non so per quale motivo, l’intuito di attaccarmi ad un albero con alle spalle la corrente. Quindi mi sono fatta aiutare dalla corrente per rimanere attaccata, perché la corrente nel tempo è aumentata ad un livello importante, ecco…»

Sara si aggrappa all’albero, avvinghiata a quella corteccia con tutta la sua forza. L’acqua sale senza sosta. Le bagna la pancia, il petto. In preda al panico la ragazza chiama “aiuto”.

Non molto distante un paio di persone si trovano a passare sulla via che costeggia un distributore di carburante. Il fragore è assordante, ma c’è qualcosa che il boato della corrente non riesce a coprire: un grido. 

«Io urlavo, tutto il primo tempo ho urlato, grazie a questo la gente si è avvicinata. Mio fratello nel frattempo è arrivato, anche mio babbo subito dopo e in questo modo io ho sempre potuto avere delle persone che mi parlassero. Perché i ragazzi che sono arrivati, uno in particolare, mi ha tenuto vigile sempre…»

Mentre il buio della sera avanza, parte una chiamata diretta ai servizi di emergenza, seguita da un’altra e poi un’altra e un’altra ancora, man mano che quei due passanti, richiamati dalle grida, diventano tre e poi quattro e poi otto…

“C’è una persona in mezzo al fiume… aggrappata ad un albero…»

L’allarme viene diramato all’istante, ma la situazione appare immediatamente drammatica. Non solo i soccorritori sono impegnati su un territorio inconcepibilmente vasto— 16.000 Km quadrati e 100 comuni coinvolti — ma soprattutto il luogo dove Sara si trova appare fin dal principio irraggiungibile. La corrente infatti è così potente da rendere impossibile l’utilizzo di un natante…

«Perché la corrente era troppo forte! Loro dovevano arrivare – per intenderci – da via Pelacano… quindi controcorrente… era impossibile! La corrente era fortissima! Me ne rendevo conto! In quel senso ero lucida per capire che non sarebbero mai potuti arrivare col gommone! L’unica cosa che poteva essere fatta è venire con un elicottero…»

Aggrappata all’albero Sara si guarda attorno e intravede in lontananza una grossa cisterna del gas con i pilastri di appoggio già sommersi dall’acqua. In piedi sulla cisterna stanno 4 sagome che agitano le luci dei loro cellulari nella sua direzione.

«Sara!» grida una delle sagome. 

La ragazza riconosce la voce di suo fratello. Al suo fianco sta il padre. La scena è assurda, drammatica, irreale… Gli uomini gridano; cercano di mantenere la ragazza cosciente.

Il livello dell’acqua raggiunge ora il collo di Sara e sebbene la forza della corrente stia aumentando il vero problema è un altro: la temperatura. L’acqua è gelida. È acqua di fiume che scenda dalle montagne dell’entroterra con una temperatura inferiore agli 8°C e Sara ha addosso solo i vestiti che chiunque avrebbe scelto di indossare in una normale giornata di metà maggio. 

La ragazza sente le braccia intorpidirsi, mentre la sensibilità di piedi e gambe diminuisce. I muscoli si contraggono. La sua temperatura sta per scendere sotto i 35°C. Il respiro accelera, la frequenza cardiaca aumenta…

La ragazza smette di rispondere. Disperato il padre vuole tuffarsi nel tentativo estremo di raggiungerla.

«Io ero in ipotermia, avevo una temperatura molto bassa… Sono delle cose proprio primordiali… son sensazioni secondo me primordiali… Infatti ad un certo punto io non ho né più urlato né più risposto. Ed è stato il momento in cui mio babbo, non vedendomi più rispondere, si voleva buttare. Mio babbo quando ha provato io gli ho urlato di stare fermo, mio fratello uguale… Sarebbe morto, io mi tenevo legata all’albero con le braccia e le gambe, lui… e anche mio fratello: li hanno fermati entrambi!»

È in quel momento che Sara si rende conto di quel dettaglio che lei ora conosce bene ma che molti invece non conosceranno mai: aggrappata a quell’albero, mentre attorno a lei è quasi notte, Sara capisce che forse non ce la farà.

«Mi dicevo: “Io muoio oggi che è il 16 in mezzo all’acqua e poi come” Perché in mezzo c’era la rete, le spranghe di ferro… cioè ti viene il panico e il panico non ti fa star legata all’albero. La mente va… in più l’idea di morire davanti a mio babbo mi sembrava una roba ingiusta ad un livello massimo!»

Tenendosi stretta all’albero con le ultime forze rimaste, Sara raggiunge con la mano il telefono che teneva nel marsupio legato al petto. Nonostante l’acqua lo smartphone è ancora funzionante. La ragazza afferra il telefono, le dita tremano come foglie…

«Di fronte alla morte pensi ai tuoi affetti. Io quando ho chiamato mia mamma che… io ero certa di morire lì.»

A pochi km di distanza una donna sente squillare il cellulare e risponde. Un rumore assordante proviene dall’altro capo, poi una voce che sussurra: “Mamma…” La donna stringe il telefono premendolo contro l’orecchio: “Sara! Sara! Dove sei?” Ma Sara non può sentirla. La ragazza avvicina il cellulare alla bocca e prima che questo le scivoli via tra le dita, Sara sussurra al telefono: “Ti voglio bene, mamma!”

Per Eugenio la classifica è semplice: l’Australia vince su tutti. Le onde sulle coste australiane sono le più alte, le più lunghe, le più spettacolari… meglio di quelle dello Sri Lanka o del Portogallo… Se hai una buona tavola, una longboard, veloce, maneggevole, puoi divertirti davvero… 

«Mi piace… ultimamente pratico poco. Però diciamo che nuoto… mi piace nuotare… c’è confidenza con l’acqua…»

Mentre mi racconta della sua passione per il surf, gli occhi di Eugenio si illuminano. 

Camminiamo in un parco dove il cinguettio degli uccelli è rotto dalle grida di bambini che giocano poco distanti.

Eugenio lavora in una ditta che produce parti per macchine industriali. È la ditta di famiglia, dove lavora con il fratello.

«Quando ero più giovane, mi bastava un weekend… prendevo il furgone, caricavo due tavole ed ero capace di guidare per tutta la notte pur di arrivare all’alba su di un tratto di costa con delle belle onde. Se poi mettevo da parte un po’ di soldi e trovavo un biglietto a poco, volavo in Spagna o in Portogallo… poi ho cominciato a lavorare con mio padre e mio fratello, sono arrivate le prime responsabilità… la tavola da surf ha cominciato a prendere polvere in garage, ma la passione per il mare, per le onde, resta sempre… nel cuore!»

Quel giorno, il 16 maggio, Eugenio aveva detto ai ragazzi dell’officina di staccare prima. 

«Alle sei e mezza, c’era tutta ‘sta mega allerta, per cui abbiamo detto: “Andiamo tutti a casa subito puntuali… Per cui anche quelli che fanno i turni… abbiamo detto: “Andate a casa prima…”»

Le notizie che si susseguivano annunciavano disagi sulle strade, code, casini ed Eugenio non vuole rischiare… meglio recuperare domani.

«Sai, per rientrare la sera faccio sempre lo stesso tragitto… Hai presente quelle strade che fai così tante volte che ti sembra di andare con il pilota automatico?… E ricordo che i tombini ai bordi dei marciapiedi vomitavano acqua… tutti quanti… tutti insieme!»

Eugenio resta allibito, non ha mai visto niente del genere prima d’ora.

«Per cui sono arrivato e ho detto: “Vado a vedere il ponte di Porta Schiavonia…” Quando sono arrivato sul ponte, lo avevano appena chiuso; probabilmente in quei momenti stava iniziando a tracimare… perché io poi ho detto: “Vabbè andiamo a casa!” E ho fatto la via Isonzo, sono entrato e mentre entravo, stavano arrivando per bloccarla perché iniziava ad allagarsi. Mi sono infilato dentro con il fuoristrada e mi sono reso conto che l’acqua arrivava praticamente allo sportello. Ho guardato fuori dal finestrino, sentivo lo scarico che era già sott’acqua…»

Il ragazzo decide che è meglio dirigersi verso casa… ma all’improvviso un bagliore nel buio attira la sua attenzione. Sterza imboccando la via laterale che corre accanto al fiume. Il livello dell’acqua è già alto.

«Così passo accanto al distributore che sta a 100 metri dall’argine… stava cominciando a fare buio… e vedo che ci sono delle luci che si muovono… non ricordo se ci fossero altre persone a lato della strada… ma c’erano delle luci e si sentivano delle persone che gridavano…»

Eugenio ferma il fuoristrada. Esce dal veicolo mentre la pioggia scroscia sopra la sua testa. La sua camminata diventa più veloce… in pochi secondi raggiunge il bordo della strada … le scarpe zuppe mentre avanza nell’acqua che è già arrivata alla caviglia… e vede un ragazzo che urla, è in piedi sopra una grossa cisterna per il gas, chiama “Sara, Sara!”… al suo fianco stanno altre 3 sagome… ed è tutto così assurdo… non ci sono soccorritori, ci sono solo quelle quattro persone in piedi sulla cisterna… 

«Per cui io sono rimasto lì per capire cosa succedeva. Dentro di me pensavo: “Avranno bisogno di aiuto? Vado anch’io?”»

Eugenio segue la direzione nella quale i 4 stanno guardando e quello che vede lo lascia a bocca aperta… 

«Distinguevo una sagoma… ma da lontano sembrava solo un mucchio di stracci impigliati ad un albero sommerso quasi fino alla cima. Ma poi vedo che in mezzo agli stracci c’è qualcosa di più chiaro: era il viso di una persona!» 

«Loro erano lì sopra dalla bombola, poi c’è la rete, il fosso — tipo le strade di campagna —, tutta la strada, il marciapiede e l’argine e lei aggrappata all’albero che era tra l’argine e il marciapiede indicativamente…»

In piedi sulla cisterna John, fratello di Sara, sta chiamando la sorella, ma Sara non risponde.

«Sara!» grida il ragazzo nel panico. Il padre di Sara vuole buttarsi in acqua. Il livello poco più avanti ha già superato i 2 metri. Eugenio gli grida di fermarsi.

«Poi ad un certo punto ricordo che è arrivato il babbo di corsa che ha provato a buttarsi di là… l’ha preso perché un altro po’… Lui è partito di corsa però capisci anche te che un metro di acqua nella strada, un metro di fosso diventano due metri…»

“Safety first – la propria sicurezza prima di tutto”: è la regola n°1 di ogni soccorritore: agire sempre e solo se la propria incolumità è garantita. In altre parole: se non puoi essere certo di uscirne tutto d’un pezzo, non ha alcun senso mettere a repentaglio la tua vita.

Eppure “Safety first” è statisticamente la regola meno rispettata in situazioni di emergenza… il motivo è semplice: essa si scontra contro un istinto primordiale per il quale in tutte le culture del mondo la vita viene considerata sacra, lo stesso istinto che ci spinge a tentare il tutto per tutto, anche quando le probabilità di successo sono pari allo zero.

«Era come se ogni cosa andasse al rallentatore… vedevo gli occhi sgranati di chi urlava sopra la cisterna e vedevo la ragazza in mezzo all’acqua che ora teneva la testa nascosta nel braccio e non si muoveva più… poi l’interruttore è scattato… io non so che cos’era… ma qualcosa ha fatto “click” nella mia testa!»

Eugenio si volta, torna veloce sui suoi passi, raggiunge il fuoristrada, butta all’interno il telefono, il portafoglio che teneva in tasca… apre in fretta il bagagliaio e afferra una corda… perché suo padre gli aveva insegnato che una corda può sempre essere utile…

«Io ho lasciato il portafogli, le chiavi, il cellulare e sono andato là anch’io a vedere se avevano bisogno di aiuto perché lei aveva smesso di rispondere… I ragazzi erano bravi, dicevano: “Sara come stai? Sara hai freddo? Sara stanno arrivando i Vigili del Fuoco, devi tenere duro!” Ma ad un certo punto lei ha smesso… “Dai, Sara! Parlaci! Per cui a quel punto io non so come, loro parlavano, io avevo la corda in mano…»

Il ragazzo raggiunge i 4 che stanno sopra la cisterna e che in quel momento si voltano per ritrovarsi davanti quello strano tipo senza neppure sapere chi diavolo fosse… 

«Me la sono legata alla vita e poi ho detto: “Tenete la corda e io provo ad andare di là”. E lui mi fa: “Ma lì non tocchi! No ma non andare! Lì è pericoloso!”»

Eugenio afferra l’altro capo della fune, se lo lega alla vita e si dirige a monte del tratto di strada dove si trova Sara. Il fratello di Sara vorrebbe urlare a quel matto fuori di testa che la corrente è troppo forte, che nessuno riuscirebbe a raggiungere la ragazza e che in ogni caso “Sara è qui davanti… Non da quella parte…”

Eugenio ha capito però che la corrente è troppo violenta per cercare di contrastarla. È come quando sei in mezzo alle onde con una tavola sotto i piedi e l’unico modo per non finire contro gli scogli è conoscere il mare, leggere le correnti, assecondarne la potenza… L’unico modo per raggiungere la ragazza aggrappata all’albero è sfruttare la furia del fiume! Il ragazzo si mette a correre non in direzione di Sara ma più sù, a monte… guadagna velocità e poi salta tuffandosi in mezzo alla piena…

L’acqua torbida lo colpisce al volto come uno schiaffo. Il ragazzo allarga le braccia, scalcia cercando di riprendere il controllo per non essere trascinato sotto…

«L’acqua aumentava, la corrente era forte, la corda mi tirava. Gli urlavo di tirarla su… e sentivo che mi tirava via così… Io ero aggrappato e ‘sta corda mi tirava… ti portava giù, però ero entrato a monte per cui camminando avanti a la corrente sono arrivato ad aggrapparmi… e mi sono aggrappato all’albero con lei…»

Sara è pallida, le labbra violacee… Non c’è tempo da perdere… la temperatura della ragazza è troppo bassa… Eugenio deve agire prima che la ragazza perda i sensi, deve riuscire a portarla fuori da quell’inferno il prima possibile.

«Quando mi sono aggrappato, ho detto: “Io in qualche modo la devo legare, non posso prenderla a braccia, se inciampo, se scivolo… Vedevi proprio che c’erano dei mulinelli, delle robe… e ho fatto un nodo, ho fatto l’occhio, l’ho presa e ci siamo buttati dentro e ai ragazzi ho detto: “Tirate!”…»

John, il padre di Sara e gli altri due uomini in cima alla cisterna sono increduli: quel tipo comparso dal nulla è riuscito a raggiungere Sara… ma non è ancora finita. Ora tocca a loro. Sono loro che devono tirarli fuori. I 4 cominciano a tirare gridando insieme per darsi il ritmo: 4 persone in un tiro alla fune contro un fiume impazzito, un tiro alla fune che non possono perdere.

«Alla fine quando siamo arrivati lì, ci siamo abbracciati; ricordo che uno, due mi hanno detto: “Cavolo avevi ragione, ci si riusciva!” La cosa bella era quella, che non ci conoscevamo e ognuno ha messo un po’ del suo. Ci siamo abbracciati, fatti i complimenti a vicenda… abbracciato Sara e… Mi ha chiesto il nome. Mi ha chiesto: “Come ti chiami?” “Eugenio”»

Di quello che avvenne dopo Eugenio ricorda i tagli sulle braccia, sulle gambe, le mani che non smettono di tremare e la ferita al polpaccio… ricorda il fratello di Sara che lo abbraccia…

Di quello che avvenne dopo Sara ricorda l’ambulanza, ricorda la barella e quella coperta argentata che aveva visto solo nei film, ricorda le luci colorate e il suono della sirena, poi la luce del soffitto di un Pronto Soccorso e il volto di suo fratello che non la lascia un istante.

Mi dirigo con Eugenio verso il parcheggio, la nostra intervista è finita e ci troviamo a camminare insieme verso le rispettive auto. Alle nostre spalle lasciamo un quartiere dove grosse idrovore sono ancora al lavoro. Sono passati quasi dieci giorni da quel 16 maggio, ma in molte zone l’acqua è ancora lì… Un tempo sarebbe stata assorbita in fretta, drenata attraverso il terreno, ora invece, con ogni metro quadrato ricoperto di asfalto e cemento, l’acqua è intrappolata in quartieri trasformatisi in gigantesche piscine.

Quello che abbiamo vissuto ci aiuterà ad evitare che cose del genere succedano ancora? Riusciremo a trarne un insegnamento comprendendo che continuiamo ad essere vittime di errori dei quali ormai conosciamo la pericolosità?

«L’insegnamento forse è… Io guardando quello che è successo, penso alle scelte…mi metto nei panni di tanta altra gente che ha perso molti di più di quello che abbiamo perso noi… che tante volte le scelte di edificare, di costruire, non rispecchiano un po’… Qualche anno fa quando c’è stata quella frana sotto Corniolo, tutti avevano un clamore: “‘sta frana! La strada! Le case””… però quella frazione si chiamava “La Frana” perché lì c’era già stata una frana. Per cui se l’uomo costruisce e non ha memoria storica, passano cinquanta, cent’anni e non si ricorda di quello che succede…»

Sara si è totalmente ripresa ed è tornata nel suo appartamento e al suo lavoro. Mentre camminiamo sull’argine del Montone, Sara si ferma davanti a quel piccolo albero che è ancora lì… l’unico di quattro a non essere stato sradicato dalla forza del fiume. 

«In quel momento io non volevo morire innanzitutto… Non ero a posto! Se fossi morta lì, non sarei stata a posto! Non mi sentivo che avevo fatto tutto! Io mi sono presa tutto l’amore che ho avuto intorno! Ho abbracciato e mi sono fatta abbracciare tantissimo, più che in tutta la mia vita in quei giorni. Questa è stata questa storia.»

Troppa acqua, troppo in fretta

In Italia oltre 30.000 km² di territorio sono potenzialmente inondabili: un decimo del Paese è quindi soggetto a rischio “inondazioni”, il che si traduce in un pericolo per tutte le aree prossime a torrenti o fiumi.

Secondo le stime i comuni italiani a rischio idrogeologico sono 6.000, pari a circa il 70% del totale.

Ma perché i fenomeni di piena sono ora molto più frequenti e violenti? La risposta risiede nella quantità di precipitazioni che si abbattono sul suolo. 

Un’atmosfera più calda, conseguenza diretta del riscaldamento globale, si traduce in maggiore evaporazione da parte dei mari. 

Maggiore vapore acqueo significa più materiale per la formazione delle nubi che a loro volta non possono fare altro che scaricare tale quantità in tempi spesso brevissimi generando quelle che vengono tecnicamente definite “inondazioni lampo” o “flash floods”, velocissime e distruttive.

Le inondazioni in Italia hanno provocato dal 1968 al 2018 685 morti e 187.000 sfollati. Nel solo 2023 la frequenza degli eventi climatici avversi è più che raddoppiata.

Fango – Storia di una Alluvione | Scritto e narrato da Marco Cortesi e Mara Moschini
Una produzione Ass. Moka © Tutti i diritti riservati
Distribuito da VOIS – Podcast Creator Compay

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Fango - Storia di una Alluvione