Via Carboni sembra uscita da una cartolina: piccole casette edificate tra le due guerre con tetti dalle tegole di cotto, una via stretta, dove due auto farebbero fatica a passare una accanto all’altra…

Incontro Giorgio un pomeriggio di sole lì in via Carboni a Faenza nel cuore della Romagna. Mi conduce in visita alla sua casa o meglio a quello che rimane della sua casa. Nessun mobile, niente porte o finestre. Le pareti sono spoglie, mancano perfino le prese di corrente.

Appesa al muro una foto… ed è assurdo trovare una foto in una casa totalmente vuota… Nella foto sta la madre di   Giorgio: una signora anziana su una sedia a rotelle che tiene la mano di Lidia, sorella di Giorgio, che sorride con addosso un paio di grandi occhiali dalle lenti rotonde, gli occhi a mandorla ed i lineamenti tipici della Sindrome di Down. 

«Che cosa ricordi di quella notte, Giorgio?»

«Di quella notte io mi ricordo tutto!»

    • «Aiuto! Aiuto! Aiutateci!»

«Ad un certo punto l’acqua ha cominciato ad entrare anche dalla finestra: mare nero, petrolio… mare nero che ti entra dentro nel buio della notte… ecco con questa situazione surreale… fuori… cioè una situazione agghiacciante, fuori si sentivano le urla di aiuto. Vedevo delle luci come me… ecco, io avevo questa torcia, che lampeggiavamo cercando il niente, il vuoto…»

16 maggio 2023 – Accade l’impensabile: i principali corsi d’acqua dell’Emilia-Romagna, oltre 20 fiumi, esondano causando una delle più gravi alluvioni sul territorio nazionale. 450 eventi climatici estremi nel nostro Paese in poco più di 24 mesi, danni per oltre 100 miliardi di euro e 22.000 vittime negli ultimi decenni. Che cosa sta succedendo?

Un’inchiesta su un disastro climatico, le sue cause, i suoi protagonisti per comprendere il presente di un clima che cambia e costruire un futuro che se vogliamo potrà essere migliore. Io sono Marco Cortesi e questo è “Fango – Storia di un’alluvione”.

Durante la nostra inchiesta c’è un particolare che ci ha sorpreso. Abbiamo iniziato a raccogliere storie fin dal giorno stesso dell’Alluvione. Abbiamo afferrato una telecamera, un microfono per chiedere alla gente che cosa aveva visto, che cosa aveva sentito e provato… e all’inizio eravamo circondati da giornalisti, telecamere: tutto il mondo dell’informazione era lì in mezzo al fango… 

    • «È stata una notte di angoscia quella vissuta a Faenza dopo l’esondazione del Lamone…»
    • «Purtroppo salgono a 8 i morti, 6 in provincia di Forlì-Cesena, un uomo nel bolognese e…»
    • «Gli uomini del Soccorso Alpino sono impegnati nella ricerca di un disperso…»
    • «Migliaia le richieste di intervento che sono giunte ai numeri di emergenza …»

Ma due settimane più tardi, eravamo soli.

Niente telecamere, niente giornalisti… ma il fango era ancora lì. La gente che cercava di rimettere insieme i pezzi di una vita era ancora lì. Camminavamo per strade ancora piene di oggetti distrutti, di case devastate, di persone che ti guardano e sembrano chiederti: “E adesso?” Ma ora eravamo soli. 

L’informazione vive di urgenza e finisce per essere schiava di una parola: cronaca… ma la cronaca è differente dalla memoria.

«Ma cosa vuoi… Si affastellano tanti pensieri, tante immagini che ti scorrono quando sei lì da solo con l’acqua che sale. Ecco, aver perso tutto, aver perso tutto quello che ho…»

La mattina del 16 maggio il primo messaggio diramato alla popolazione della città di Faenza invitava i cittadini a tenersi lontani dai ponti e dagli argini del fiume, ma alle 13:45 l’invito era diventato un ordine: salire al piano superiore se ce n’era uno, abbandonare immediatamente la propria abitazione se un piano superiore non esisteva. Nessuno era rimasto sorpreso però.

Poco meno di 2 settimane prima infatti via Gaetano Carboni ed altri quartieri della città erano stati invasi dall’acqua. In maggior parte fuoriuscita dai tombini: tanta, troppa pioggia e così in quella vecchia casa il piano terra era stato allagato da 5 centimetri d’acqua. Se secondo le statistiche il 70% dei Comuni Italiani è a rischio idrogeologico, Faenza non è differente.

Questa volta però, Giorgio era pronto. Aveva aiutato l’anziana madre a salire sul servo scala. L’aveva accompagnata standole vicino gradino dopo gradino, mentre il piano mobile con la carrozzina saliva al primo piano. Aveva fatto lo stesso con Lidia, la sorella, anch’essa disabile: Lidia che è rimasta un’eterna bambina che sorride sempre.

Poi Giorgio aveva sigillato le porte.

«Mi sono organizzato per fare una barriera, sia davanti che qua di dietro nel cortile: a trenta centimetri. E quindi ho fatto questa barriera interna ed esterna, doppia, con le assi, con il nylon, con i sacchi, davanti e di dietro, nel garage… Dappertutto! Avevo portato su dei generi alimentari, ho tirato su anche i cassetti, tutti i mobili, anche le sedie, addirittura i freezer, tutto quanto! Avevo messo delle luci di emergenza a batteria in ciascuna camera e anche nel bagno di sopra. Mia madre è disabile, mia sorella è disabile… ecco gli do anche un punto luce che serve per orientarsi… Mi ero organizzato…»

Quel giorno Giorgio aveva dato al destino il vantaggio della prima mossa e aveva raddoppiato, triplicato la posta: «Possono arrivare anche 30 centimetri d’acqua! Ma qui dentro — nella casa dove vive con madre e sorella da una vita — non entrerà neanche una goccia!»

Giorgio è pronto. Ma i centimetri non saranno 10, 20. Neppure 30. 

Quella notte in via Gaetano Carboni nel cuore di Faenza l’acqua supererà i 5 metri.

C’è una cosa che unisce tutti i testimoni che abbiamo incontrato, un elemento che ritorna in tutte le storie: lo stupore, non solo di fronte alla violenza degli elementi, ma alla velocità con la quale una situazione apparentemente normale si tramutò in tragedia. Secondo i modelli matematici una alluvione di tale portata ha la possibilità di verificarsi una volta ogni 200 anni – questo è quello che lo stesso Giorgio aveva sentito dire in tv da un esperto che aveva mostrato grafici e tabelle – ora invece qualcuno stava dicendo che i modelli potevano sbagliarsi: le previsioni parlavano di un secondo evento molto più violento del primo e questo evento si sarebbe verificato a distanza non di 2 secoli ma di 2 settimane.

Eppure solo il giorno prima su Faenza brillava un sole caldo che preannunciava l’estate. Meno di 24 ore più tardi una pattuglia di Vigili Urbani raggiungeva via Gaetano Carboni con un nuovo ordine: salire ai piani elevati non era più sufficiente… bisognava procedere all’evacuazione immediata di tutte le abitazioni, con o senza piani sopraelevati… La priorità ai soggetti più fragili: come anziani e bambini. In via Carboni non deve restare nessuno. Gli agenti cominciano a bussare alle porte.

«Allora io faccio dalla finestra… dico: “Scusate, adesso io qui ho due disabili in casa, mi date qualche minuto di tempo? Perché non le posso prendere in braccio, fare di corsa, usiamo il servoscala per portare su mia madre… ecco devo usare il servoscala per portarla giù!” “Non c’è tempo, non c’è tempo! Sta cedendo l’argine!”»

Il dialogo tra Giorgio e gli agenti però si interrompe di colpo. Giorgio vede gli uomini guardarsi attorno, improvvisamente nervosi, inquieti, confusi; la radio gracchia, ma Giorgio è troppo lontano per capire… e nota che qualcosa – come un alito di vento – aveva fatto vibrare impercettibilmente i bordi dell’impermeabile blu che indossavano e quel pomeriggio pioveva, ma non c’era vento.

All’improvviso gli agenti si precipitano in auto. Si muovono nervosi… Uno di loro carica a bordo un paio di persone. 

«E poi se ne è andato sgommando a marcia indietro lungo via Renaccio a tutta velocità e dicendoci dalla finestra: “torneremo a riprendervi!”»

I vigili non erano preoccupati. Giorgio era certo che l’emozione degli agenti fosse diversa dalla preoccupazione: era paura.

Giorgio si precipita al piano terra per indagare il motivo di quella fuga. L’auto degli agenti è già scomparsa oltre l’angolo della strada… Ma perché se ne sono andati? C’è ancora un sacco di gente che deve essere evacuata! Giorgio che ha parlato fino adesso guardandosi le mani, alza lo sguardo e mi fissa dritto negli occhi.

«Ho guardato verso l’argine del fiume in fondo alla strada ed è in quell’istante che ho visto tutto quanto… Prima è arrivata l’aria! E poi è arrivata l’onda!»

In quel momento il Lamone esonda. La massa d’acqua non supera l’argine riversandosi in strada, ma polverizza in una frazione di secondo una parete di terra e cemento alta 4 metri che si frantuma aprendo una via di fuga alla furia del fiume. Il tutto nel cuore di una città di 60.000 abitanti, in uno dei quartieri più densamente popolati della zona, proprio in corrispondenza di quella piccola via.

«Prima un pezzo di argine, poi l’altro pezzo, un fronte complessivamente di cento metri: solo qui, poi ha rotto anche da altre parti. Il primo pezzo di argine che ha rotto è quello nel Borgotto, dalla parte di là della Via Emilia — quello è stato il primo che ha rotto — là ha fatto sette metri di acqua, qui ne ha fatto cinque, cinque e mezzo circa…»

Tonnellate di acqua e melma si riversano con una violenza incalcolabile. Secondo alcuni testimoni l’onda di fango possiede nel pieno della sua corsa un’altezza non inferiore ai tre metri. 

L’onda accelera a causa della pendenza della strada, si incunea in un imbuto creato dalle pareti degli edifici che in via Carboni sono tutti attaccati, muro contro muro… il quartiere sorge infatti in quello che era il vecchio alveo del fiume, il cui letto è stato rialzato in un cosiddetto “alveo pensile” per permettere di trasformare quei terreni in zone edificabili. Il fiume scorre sopra. Le case stanno sotto.

Giorgio fugge all’interno. Chiude la porta e sale le scale di corsa. Si precipita nella camera da letto. La madre è seduta su una sedia, le mani in grembo, immobile. Vicino a lei sta Lidia che guarda spaventata il fratello da dietro le lenti dei suoi occhiali. Pochi secondi più tardi la massa d’acqua invade la strada di fronte a casa. In una manciata di istanti raggiunge l’ingresso. L’impatto è violentissimo… È come se qualcuno buttasse giù la porta con una spallata.

«Si sentivano tutti questi colpi nel basculante: quindi probabilmente era tutta la violenza della fiumana che spingeva verso il garage e cadeva di tutto. Cadevano… Si sentivano gli armadi… Si sentivano i mobili qui di piano terra, che sbattevano da tutte le parti… rumori da tutte le parti…»

Migliaia di litri d’acqua, fango e detriti invadono l’interno… spazzando via tutto quello che incontrano sul loro cammino. L’onda colpisce la porta sul retro… i cardini in ferro si staccano dal muro portando con loro un pezzo di cemento… 

Giorgio è al piano di sopra insieme alla madre e alla sorella… È allibito, incredulo di fronte a qualcosa che non aveva mai visto… che non era mai successo… se l’acqua ha superato il primo piano vuol dire che le auto sono sommerse, le porte delle case sono sommerse… chi è per strada è stato portato via, chi è dentro le case, ma senza un primo piano dove fuggire, è morto annegato… e quindi ora deve finire… adesso basta… adesso è troppo, giusto?

Considerare la Natura come dotata di coscienza e quindi capace di empatia, di sentimenti, di misericordia: è qualcosa che abbiamo documentato spesso in questa inchiesta. Ma – come disse qualcuno – la Natura non ha coscienza: la natura è un sistema del quale anche noi facciamo parte. Non è buona, non è cattiva. Non ragiona per sentimenti, ma per leggi della fisica: il fiume scorre sopra, le case stanno sotto.

«Ad un certo punto vedo l’acqua salire sulla tromba delle scale, petrolio praticamente. Cioè un’acqua nera, scura, che puzzava anche di benzina…»

Nella mente di Giorgio si disegna allora un’immagine: quella del piano terra, dove sta la cucina, la saletta della televisione, il frigorifero, il bagno, la lavanderia, sommersi dall’acqua e a Giorgio viene da pensare ad uno di quei documentari in tv quando i sommozzatori entrano dentro i relitti delle navi e ci sono gli oggetti, i mobili, i tessuti e tutto fluttua senza peso.

L’acqua conquista il pianerottolo a metà tra le due rampe che portano al primo piano e sembra quasi fermarsi, perdere di forza… poi dopo una pausa, come fosse qualcuno che riprende fiato, ricomincia a salire: primo gradino, secondo, terzo… 

«Ad un certo punto quando l’acqua è arrivata all’ultimo gradino ho capito che non è che potessimo pensare ad una cessazione del fenomeno. Entrava dentro e inesorabilmente saliva lungo la tromba delle scale. Questo è un fatto che, ecco, genera panico…»

Mentre fuori si è fatto buio, in casa di Giorgio l’acqua sale, raggiunge l’ultimo gradino della seconda rampa, e senza esitazioni, senza incertezze invade il pavimento del primo piano dove si trovano lui, la madre e la sorella. Riempie le fughe delle mattonelle, avanza strisciando…

«Mia madre mi chiamava dalla camera da letto e diceva: «Che succede, Giorgio?» Ed io rispondevo che andava tutto bene… Fermati, fermati! Ti prego!… Ma l’acqua non ti ascolta… l’acqua fa quello che vuole… e sapevo che ora non avevamo più nessun posto dove scappare…»

L’uomo si sforza di mantenere la calma, non c’è una soffitta, non c’è un lucernario per raggiungere il tetto, non c’è neppure un balcone… Giorgio decide che la cosa più importante da fare è guadagnare tempo in attesa dei soccorsi. Madre e sorella non sanno nuotare. La priorità è la loro incolumità.

«Quando ho visto l’acqua che arrivava al piano di sopra, ho detto con mamma: “Mamma, adesso ci mettiamo nella tua camera!” e l’ho messa a sedere sulla finestra. Ho aperto la finestra, l’ho messa a sedere sulla finestra e poi le ho detto: “Tu stai aggrappata lì!”… “Aggrappata” è un eufemismo perché lei ha l’artrosi nelle mani e quindi… a parte la paura, a parte tutto il panico generato dalla situazione, nessuno di noi sapeva bene come comportarsi…»

L’anziana donna resta muta con gli occhi sgranati, le mani deformate dall’artrite che stringono il binario in metallo della tapparella.

Poi Giorgio solleva di peso la sorella che se ne stava rannicchiata in un angolo e la mette a sedere sul vecchio comò, un mobile enorme e pesantissimo pieno di stoffe e biancheria.

In meno di 2 minuti l’acqua è alla caviglia di Giorgio. Poi inesorabile raggiunge il ginocchio. E poi quel brivido gelido mentre la melma inzuppa i pantaloni bagnando l’inguine e avvolgendo l’addome.

Lidia, la sorella, sente quel mare nero bagnarle i calzini e si mette ad urlare.

«Tenevo abbracciata mia sorella cercando di calmarla perché piangeva e urlava. Poi sentiva l’acqua prima nei piedi, poi venir su per le gambe… ad un certo punto l’acqua ha cominciato ad entrare anche dalla finestra e lì è stato panico. Mare nero, petrolio, mare nero che ti entra dentro nel buio della notte…»

In quel momento il livello dell’acqua ha una impennata velocissima. È come una morsa di ghiaccio che ora arriva al petto. L’acqua in strada supera i 4 metri raggiungendo il bordo della finestra del piano di sopra e superandolo… ed ora non ci sono più ostacoli: il fiume è una cascata che si riversa all’interno di una stanza. Vasi comunicanti. Livello dell’acqua. Non c’è buono o cattivo… ma semplici leggi della fisica.

E una legge, la più banale, sta per entrare in azione trasformando il panico in terrore: il Principio di Archimede o “legge di galleggiamento”.

«L’acqua solleva tutto, solleva le porte, solleva le finestre dai cardini, tutto sbatte! Gli armadi cominciano prima ad ondulare e poi cadono… il letto si alza…»

Lidia strilla terrorizzata mentre il comò sul quale è seduta si impenna senza peso come la prua di una nave.

Ma il galleggiamento non riguarda solo il mobilio. Interessa ogni corpo immerso in un liquido. Giorgio viene richiamato in quell’istante da un grido soffocato. 

«Mia mamma dice: “Io non mi reggo più!” “Cosa non ti reggi più?” “Io non mi reggo più perché mi sento sollevare da sotto. L’acqua mi sta sollevando, quindi io non ho più la presa, non riesco più a tenermi!” Mia mamma era in completo stato di… non so come dire… era totalmente in preda al panico!»

L’uomo si accorge che la corrente sta spingendo l’anziana madre verso l’esterno dell’abitazione. Vorrebbe aiutarla, afferrarle la mano per trattenerla all’interno… ma la finestra è troppo lontana. E lui non può lasciare Lidia. Il rischio è che l’acqua rovesci il comò sul quale la sorella è seduta… Se Lidia che non sa nuotare, che è piccolina, che non tocca… Se Lidia cade in acqua, morirà annegata… Giorgio sente il panico che stringe lo stomaco come una morsa.

«Quando l’acqua ha iniziato ad entrare dalla finestra, lei… vedevo che non riusciva più a tenersi, ecco… e per me è stato un dramma perché dico: “qui devo scegliere chi tenere!” Capisci? O tengo mia sorella o tengo mia madre, quanto posso resistere con due persone… mia madre non si reggeva più e mia sorella urlava… cominciava a urlare, a piangere, urlare…»

Mentre racconta, l’uomo guarda nel vuoto ripercorrendo quei momenti incisi come un tatuaggio nella sua memoria… Lo guardo e mi chiedo che cosa avrei fatto io se fossi stato al suo posto. In questa inchiesta ce lo siamo chiesti tante volte e lo abbiamo chiesto anche ad altri. “Che cosa avresti fatto tu se fossi stato al suo posto?”

C’è chi è spavaldo, coraggioso… chi dice che “lui no! Lui saprebbe benissimo cosa fare!”… c’è chi tenterebbe il tutto per tutto… chi usa la logica… chi ha la strategia perfetta… ma basta così poco per trasformare il film nella realtà… 

Sai vero che era notte? Sai che non c’era luce, vero? Sai che erano immersi in acqua a 10°C e che l’acqua non è quella di un lago, ma di un fiume in piena che scorre e che trascina di tutto? Sai che i telefoni erano andati? Sai che erano soli? Sai che un film è finzione che guardi seduto su di un divano con le pantofole ai piedi e la realtà è invece un’altra cosa? L’altro allora resta zitto.

«Avevano solo me, capisci! Loro si fidavano di me… Io non potevo arrendermi… Io dovevo fare qualcosa…»

Mentre l’acqua è già al petto, mentre la madre pensa che lascerà la presa perché è troppo, perché è arrivata l’ora in cui si smette di sperare… mentre Lidia piange terrorizzata, Giorgio ha un’intuizione e capisce che alla fine dei conti Archimede, se lo conosci, può anche essere d’aiuto…

«Ad un certo punto ho visto con la coda dell’occhio che c’era il letto di mia mamma,. Matrimoniale, che galleggiava. Cioè veniva su! E ce l’avevo circa all’altezza della mia spalla… e quindi ho detto: “mamma dobbiamo tentare il tutto per tutto!“ “No, no! Lasciami stare! Lasciami qua!” “No, mamma! Dobbiamo tentare il tutto per tutto!” Prendo la Lidia, lei ha cominciato a strillare, a urlare, non voleva scendere. Io dopo ho forzato la situazione: l’ho tirata giù dal comò, l’ho messa in piedi sullo sgabello, l’ho sollevata di peso e con tutte le forze che avevo l’ho spinta, l’ho sollevata verso il letto che era più alto di me, perché ce lo avevo qui all’altezza della spalla… E la stessa cosa ho fatto con mia mamma, l’ho presa contro la sua volontà e poi l’ho sollevata e spinta sul letto… E ha funzionato come una zattera!»

Le due donne si aggrappano alla testa del letto che dondola in mezzo ad una stanza trasformata in una piscina di acqua e fango. Giorgio grida loro di tenersi strette, di stare calme, che andrà tutto bene…

Poi l’uomo si appoggia alla parete; cerca di riprendere fiato mentre il cuore batte come un tamburo.

Il nostro film ora non avrà più colpi di scena. Giorgio è riuscito a far guadagnare alla sua famiglia altro tempo prezioso, ma adesso che anche lui sente i piedi staccarsi dal pavimento, adesso che anche lui comincia a galleggiare senza peso, Giorgio capisce che non c’è più niente che lui possa fare.

«E avevo rimasto quarantacinque centimetri di aria poi per me era finita perché io non ho la botola per andare sul tetto… manca l’aria da respira… rimane solo un cuscinetto d’aria ma dopo è finita, ecco…»

In via Carboni, in quella piccola casa a due piani, dove solo poche ore prima una famiglia come tante viveva la sua vita, ora non parla più nessuno. Solo buio e freddo e l’acqua che continua a salire.

All’improvviso l’oscurità della stanza era stata squarciata dal fascio luminoso di una torcia elettrica. Il rumore del motore di un gommone e una voce da fuori che urlava: «C’è qualcuno? C’è qualcuno?». 

«All’una arriva il battello: ho imparato successivamente che era la Polizia Provinciale di Ravenna… E il primo volto che vedo è quello della mia vicina di casa, una signora che si chiama Lucia. Cercava lo sguardo di mia mamma — mia mamma si chiama Caterina. Allora fa: “Caterina, Caterina! Dai, Caterina! Se ce l’ho fatta io, ce la puoi fare anche te!” Così ha detto!»

Di quei momenti Giorgio ricorda una piccola imbarcazione ed i soccorritori con idrotute da immersione che entrano nella stanza… ricorda che avevano preso sua sorella… e uno degli agenti aveva cercato di farla sorridere… «Andiamo a fare un giro in barca, ti va?» Ma lei non aveva sorriso. Tremava con le lenti degli occhiali sporche di fango.

Ricorda che avevano sollevato con delicatezza sua madre dopo averle fatto indossare un giubbotto salvagente… La donna tremava in grave stato di ipotermia. Giorgio era uscito per ultimo.

«Il fatto di averle viste salire nel battello per me era… mi sentivo in pace perché è anche una questione di responsabilità. Se non fossi riuscito a salvare una delle due, non mi sarei mai dato pace, ecco…»

Ricorda che le aveva riviste più tardi in un palazzetto dello sport trasformato in un enorme accampamento. Era ancora notte. Il grande campo da basket era una distesa di brandine e persone avvolte da coperte e sacchi a pelo.

Sua sorella dormiva stringendo un grosso peluche che un volontario le aveva regalato per tranquillizzarla. 

Sua madre invece se ne stava seduta ancora sveglia, avvolta in una spessa coperta marrone… così fragile e piccola da ricordare una bambina…

Giorgio le si era inginocchiato davanti e le aveva preso le mani nelle sue.

La donna si era destata. Aveva alzato il viso guardando con occhi che vedevano poco più che ombre…

E Giorgio allora aveva sussurrato al suo orecchio:

«A’ só què, mà! Sono qui, mamma!»

L’anziana donna era scoppiata a piangere e lo aveva abbracciato.

Giorgio mi accompagna alla porta di casa. Il Lamone scorre poco lontano ed è di nuovo il fiume che tutti conoscono, lento e placido. È questo fiume il responsabile. La colpa è sua, è lui che ha distrutto ogni cosa… ma Giorgio mi corregge. La colpa non è del fiume. Lui non ha nessuna colpa. La colpa è nostra. 

«Il fiume Lamone è stato deviato e quindi forzato nell’attuale suo letto, il che vuol dire che il fiume ad un certo punto si è svegliato e ha deciso di riprendersi ciò che era suo. Chi comanda è la Natura, non siamo noi che possiamo pensare di poter dominare la Natura… Temo che non sia così.»

In una notte Giorgio e la sua famiglia hanno perso tutto. L’acqua ha devastato mobili, elettrodomestici, libri, foto, i ricordi di una vita. Ha distrutto porte, infissi, perfino l’intonaco. “Di tutta la nostra esistenza” – mi dice Giorgio, “rimangono solo i mattoni grezzi e nient’altro”, ma una cosa questo evento l’ha donata: ha permesso di capire che cosa alla fine dei conti è davvero importante.

«Non è importante, come si dice qui in Romagna, il “ramassare” cioè il raccogliere e raccogliere… tanto poi in un battibaleno, in un niente, in una notte si perde tutto. Vivi dopo un evento di questo genere tutto in un’altra maniera. Ecco, non ha importanza aver perso tutto, quello che ha importanza è aver salvato la vita, più che la tua quella delle persone a cui sei più legato.»

Il fiume scorre sopra, le case stanno sotto

Migliaia di abitazioni sorgono in Italia in zone a pericolosità idraulica elevata, ma non si tratta di semplici errori del passato. Nonostante il rapporto degli istituti di ricerca, continuiamo a costruire dove non dovremmo farlo.

Secondo l’ISPRA, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, tra il 2020 e il 2021 in Italia sono stati costruiti nuovi edifici o strade su 57 chilometri quadrati a pericolosità idraulica media o elevata.

La maggior parte delle zone alluvionate (con conseguente conta di danni e vittime) non corrisponde solitamente ai centri storici ma a zone edificate a partire dagli anni ’80 e ’90. Pur privi delle conoscenze attuali i nostri antenati erano soliti costruire sempre a distanza di sicurezza da zone potenzialmente inondabili.

E mentre secondo ISTAT in Italia più di 10 milioni di case risultano disabitate, nel nostro Paese si continua a costruire consumando suolo all’impressionante ritmo di 2,4 metri quadrati al secondo.

Conosciamo i rischi, li conosciamo benissimo, ma continuiamo a costruire comunque.

Fango – Storia di una Alluvione | Scritto e narrato da Marco Cortesi e Mara Moschini
Una produzione Ass. Moka © Tutti i diritti riservati
Distribuito da VOIS – Podcast Creator Compay

Ascolta ora

Fango - Storia di una Alluvione