«Ricordo che mio padre si incazzava come un matto… diceva che dovevo impegnarmi di più a scuola, che rischiavo di ripetere l’anno…»

Incontro Matteo nel giardino della grande casa dove vive con la sua famiglia, quella di suo fratello Claudio ed i loro genitori. Il volto abbronzato e l’accoglienza genuina delle persone di queste valli: colline che si fanno montagne ricoperte di boschi non molto lontano da Cesena. 

«Dicevano: “È intelligente, ma non si applica!” Allora io guardavo mio padre e gli dicevo che tanto la scuola non serve a niente se hai già un lavoro, no? Mio padre allora si infuriava: “Quale lavoro avresti tu che hai solo 10 anni?!” E sai che cosa gli rispondevo? “Io lavorerò sugli escavatori, insieme a te, babbo!”

Lui allora sbatteva la porta e andava al bar, quello in fondo alla strada, l’unico del paese… ma io lo vedevo, anche se lui cercava di nascondere la faccia… perché era orgoglioso. Orgoglioso di averci messo in corpo, a me e a mio fratello, la stessa passione per questo lavoro, per queste macchine! Se siamo ancora qui dopo quella notte è merito loro!»

«Qui se guardi indietro nella storia non è mai successo che venissero giù le montagne con i boschi. Siamo rimasti colpiti perché nessuno poteva credere che poteva succedere una cosa del genere qui!»

16 maggio 2023 – Accade l’impensabile: i principali corsi d’acqua dell’Emilia-Romagna, oltre 20 fiumi, esondano causando una delle più gravi alluvioni sul territorio nazionale. 450 eventi climatici estremi nel nostro Paese in poco più di 24 mesi, danni per oltre 100 miliardi di euro e 22.000 vittime negli ultimi decenni. Che cosa sta succedendo?

Un’inchiesta su un disastro climatico, le sue cause, i suoi protagonisti per comprendere il presente di un clima che cambia e costruire un futuro che se vogliamo potrà essere migliore. Io sono Marco Cortesi e questo è “Fango – Storia di un’alluvione”.

C’è un elemento che ritorna in molte delle testimonianze che abbiamo raccolto: l’incredulità, non per la violenza degli eventi o per la rapidità con la quale l’acqua ha invaso le città, ma per la generosità degli sconosciuti.

L’aiuto che lasciò il segno in molte delle persone che abbiamo incontrato non fu quello ricevuto da amici e parenti, ma quello offerto da persone in molti casi mai viste prima, ma che decisero di rischiare il tutto per tutto anche quando questo non era richiesto, perché non era umanamente possibile, perché andava oltre i propri doveri, le proprie responsabilità…

Che cosa ci spinge ad agire anche quando potremmo semplicemente voltarci dall’altra parte?

Matteo è cresciuto ai comandi di un bestione in ferro e pistoni da 25 tonnellate da quando aveva meno di dieci anni… ovviamente all’inizio poteva solo guardare… ma l’apprendistato è durato poco. La “movimentazione terra” – questo il nome tecnico – fa parte della sua famiglia da sempre, da quando il nonno aveva aperto la ditta investendo tutti i risparmi in un cingolato FIAT 60 CI, quando la FIAT aggiungeva una “I” finale alla sigla ed ecco che un trattore ti diventava un bulldozer.

«Io avevo nove, dieci anni e dicevo con mio padre: “portami a lavorare con te!” E lui: “no, sei troppo piccolo!” E io: “vengo gratis!” Quando già ero in prima media… tanto io… mi piaceva la scuola però mi piaceva più lavorare, così mi dicevano: “Matteo ti devi impegnare quando vai a scuola perché poi quando vai alle superiori…” “No, no, io ho già il lavoro pronto, io sono a posto! Mi impegno il giusto!”»

Sveglia alle 5 del mattino e poi dritto in cantiere in un mondo fatto di braccia meccaniche, benne, cingoli, gasolio che brucia e tonnellate di terra. Matteo non ha grilli per la testa. Non li ha mai avuti. Un’infanzia e un’adolescenza finite in fretta ma non per bisogno, per passione, per la voglia di sporcarsi le mani, darsi da fare e far parte di un sogno nel quale la sua famiglia crede da 3 generazioni. 

Tutto quello che suo nonno metteva da parte, tutto quello che suo padre mette da parte, tutto quello che lui e suo fratello mettono da parte va da sempre in una cosa soltanto: una casa, quasi finita, circondata da un meraviglioso giardino e incorniciata da una cartolina fatta di alture, boschi e un piccolo fiumiciattolo.

«Ho cominciato a lavorare a nove anni, sabato, domenica, qui non si guardava in faccia… la mia gioventù è rimasta qui nella casa che ancora qualcosina è da finire… siamo a un buon punto… ma è da tre, quattro anni che siamo messi bene, via! »

Matteo mi racconta che quella casa era nella testa del nonno da sempre… «Questa casa, sai, è il sogno della mia famiglia da generazioni… ma non c’erano soldi per comprare la terra e tanto meno per metterla in piedi… ci sono voluti quarant’anni, ci credi? Con il lavoro di tutti… quello di mio nonno, quello di mio padre, di mia madre, il mio, quello di mio fratello… Ma ora è qui! Questa è più di una casa… se penso a quanti sacrifici ci abbiamo messo… questa casa è un pezzetto di tutti noi!»

«Questa è la casa della vita, è la casa che ci siamo fatti in una vita! Con gli sforzi dei mie nonni, dei miei genitori, i nostri… è una casa che… l’idea di costruire questa casa è nata più di quarant’anni fa.»

Attorno a noi stanno splendidi abeti e alcuni piccoli alberi ricoperti di foglie verde smeraldo. Il ruscello scorre poco distante: cicale, il rumore dell’acqua, i fiori curati dalla mamma di Matteo. Un piccolo paradiso… ma poi Matteo mi invita a guardare più in alto davanti a me, oltre la siepe, oltre i fiori, oltre il piccolo ruscello… ad osservare i monti che ci sovrastano imponenti dall’alto… e mi accorgo in quell’istante che il verde delle pendici ad un certo punto si interrompe… niente più alberi o cespugli ma una parete verticale fatta di terra e rocce… come se la montagna fosse stata tagliata con un coltello: ci sono radici che sbucano fuori come fossero braccia ricurve: un intero pezzo di monte non c’è più: mezza montagna è scomparsa nel nulla.

«Quando guardo lassù ho ancora paura, sai… non sono riuscito a dormire per giorni… 

«Perché non riuscivo ad immaginare quello che era successo… non ho dormito per dieci giorni. Lavoravo dodici, tredici ore al giorno, ma alla notte non riuscivo a chiudere gli occhi perché per me era una cosa inaccettabile… quello che è successo, non riuscivo ad accettarlo!»

Quando la sera del 16 maggio arriva l’allerta, Matteo è a casa con la sua famiglia. Lui, suo padre e suo fratello (che lavorano insieme da sempre) avevano lasciato un cantiere verso Cesena qualche ora prima: troppa pioggia, troppo casino, troppe code e auto bloccate in tangenziale. Meglio tornarsene a casa prima che la situazione si faccia ancora più complessa con la certezza che in fondo vivere lassù in mezzo ai monti un vantaggio ce l’ha!

«Un’alluvione è roba da città, da pianura, mi dicevo!… L’acqua non sale. L’acqua scende, giusto? In montagna non devi preoccuparti di un fiume che decide di andarsene a spasso…»

Matteo rientra in casa. La corrente manca già da ore. Ma non è la prima volta che un acquazzone fa saltare la luce… ma è qualcos’altro che non torna: la pioggia, quella pioggia che cade da ore, fitta come non si vedeva da tempo e che non accenna a diminuire.

«Quell’acqua che doveva smettere in dieci minuti e non smetteva mai. E le undici, e mezzanotte… dicevo con mio babbo e con mio fratello: “Qui se non smette di piovere, non siamo messi bene!” Io avevo incominciato a dubitare perché… non smetteva…»

«Succede che in montagna piova per giorni… Sai, è qualcosa che la gente di quassù è abituata a vedere, ma quella pioggia era differente… era un muro d’acqua che restava sempre uguale… la pioggia va e viene… quella invece non smetteva mai…»

Ad est della casa scorre un fiumiciattolo che arriva a distare dall’abitazione meno di 50 metri. A monte del ruscello un piccolo ponte fatto in pietra e mattoni e la strada locale che si inerpica tra le montagne. 

Mentre la pioggia scende sempre più fitta, Matteo decide di andare a dare un’occhiata. 

«Così dico a mia moglie che voglio andare a vedere come è messo il ruscello che scorre accanto alla casa! Giusto per fare qualcosa… Il livello dell’acqua era salito… era cresciuto di almeno 40 centimetri… il fiume scorreva veloce, arrabbiato…» 

Matteo scruta il corso d’acqua poi si incammina verso il piccolo ponte che segna il confine della proprietà. È sotto quel ponte ad arco che il torrente si insinua prima di attraversare il giardino. Il ragazzo nota con preoccupazione la quantità di detriti che il fiume ha già cominciato a depositare. Mezza arcata è ora un muro di tronchi sradicati e vegetazione.

«Ha incominciato a staccarsi i primi pezzi, i primi pezzi della montagna di là dal ponte. Aumentava, la legna aumentava… si ammucchiava sempre di più, sempre di più! Il ponte fra detriti e piante era quasi mezzo… l’arcata del ponte…»

Davanti a Matteo stanno le pendici che circondano ad anfiteatro la loro casa. E se “anfiteatro” suona poetico, la parola “imbuto” è pragmaticamente molto più azzeccata. Quella casa è alla fine di un imbuto naturale fatto di montagne e foreste.

«C’era tanta acqua… molta più di quella che avevo mai visto… così ho preso il cellulare e ho chiamato mio padre: “il fiume è bello pieno… mai vista così tanta acqua, babbo!” Lui allora mi dice di stare tranquillo perché da quando lui vive in queste valli, non è mai successo niente…»

«C’erano mio babbo e mio fratello che loro erano in casa e dicevano: ”Ma va là, non è mai successo niente!” Mio babbo ha settantotto anni… ancora prima mio nonno l’ha sempre detto che non era mai successo niente qui… Lui già l’esperienza che ha sessantotto anni… Non era mai successo niente… quindi lui era proprio estraneo a questa cosa qui!»

Matteo decide di restare sul ponte ancora un po’. Afferra il cellulare e comincia a filmare. L’acqua è tanta, ma quello che a Matteo non torna è quanto sia “sporca” 

«Il torrente, sai, stava portando a valle un mare di detriti… non erano tronchi o altro… non solo… c’era un sacco di terra e massi. L’acqua stava scavando le pareti delle montagne…» 

Matteo riafferra il telefono.

«Dopo ho incominciato a chiamare… ho detto: “Guarda che qui ci allaghiamo! Fra melma e acqua succede qualcosa, via!”»

È tutto quel fango a spaventare il ragazzo. Per chiunque altro sarebbe stato un dettaglio senza importanza, ma per Matteo la terra, le sue dinamiche, la sua natura di materia viva che sa parlare se sai ascoltarla, sono una scienza empirica impressa nel suo codice genetico: lui vive scavando, trasportando, spostando terra da un posto all’altro, lui conosce la terra meglio di chiunque altro e quella pioggia che sta sciogliendo i fianchi delle montagne non è un buon segno…

«Babbo, non va bene qui! Non va affatto bene! C’è troppo fango…»

Ma il padre gli ripete di tornarsene a casa che domani mattina devono essere in cantiere presto, ma Matteo insiste: il ruscello trascina zolle intere, grosse placche di terra rossiccia con cespugli ancora attaccati: non rami, ma piante tutte d’un pezzo con le radici aggrappate a larghi blocchi di terra…

«Cazzo, babbo, qui fa paura…»

Ed è in quel momento che arriva il boato.

«Si è staccata ‘sta mega frana di duecento metri per cento metri di larghezza: tutta questa terra è venuta giù, terra e piante… In due minuti ha fatto duecento metri di distanza e si è portata via terra, piante e da dietro l’acqua…»

«Ricordo gli alberi che si piegano tutti insieme e poi questo rumore di tronchi che si spezzano… e poi ricordo l’aria… il vento sulla faccia… e io che grido e corro verso casa…»

Mentre Matteo si precipita in direzione dell’abitazione, avviene l’impensabile: centinaia di tonnellate di terra e bosco franano verso il fondo dell’imbuto, verso il ponte che segna l’ingresso alla proprietà di famiglia. La frana ha un fronte di oltre 100 metri e una profondità di 200. L’altezza dell’onda di terra e detriti è di 8 metri… due campi da calcio che decidono di iniziare a scivolare a valle.

«La quantità era enorme! L’ondata… era una montagna alta dieci metri: piante, terra e acqua! È una cosa che uno fa fatica a crederci! Ecco in quel momento lì io ho cominciato ad aver paura…»

Il fronte della frana si alza come un gigante che si erge su enormi gambe fatte di fango: un palazzo di detriti che avanza in direzione della casa sollevando alberi interi che crollano travolti dalla potenza dell’acqua come fossero senza peso.

Frane veloci, Scivolamenti superficiali, Crolli, Valanghe di roccia: le tipologie di frana sono molteplici, ma nel caso di Matteo il nome è un altro: Debris Flow – Colata di detrito: frane che si muovono a velocità elevatissima inglobando tonnellate di materiale durante la loro corsa.

«Era come… come un muro di fango! Mi sono messo a correre e sono riuscito a mettermi dietro l’angolo della casa. L’onda ha colpito il fianco, si è alzata come fa quando si infrange su uno scoglio. Poi ha continuato verso il fronte della casa dove stavano parcheggiate le auto e poi il rumore delle porte del deposito, quello dove dentro stavano gli escavatori…»

L’onda di terra circonda l’abitazione che si trasforma in un’isola in mezzo ad un fiume di fango.

«Noi qua dopo ci siamo riparati qui nell’entrata qui di casa, ci siamo riparati qui! E a quel punto lì noi eravamo qui a guardarla! Quando è arrivata qui, praticamente si è vista l’ondata, si è vista l’onda. Ha fatto l’onda sia a destra che a sinistra della casa. Era una cosa inconcepibile, che si potessero staccare dei boschi nella roccia…»

In molte delle testimonianze raccolte durante la nostra inchiesta questo è il momento dove giunge la confusione, dove le persone non riescono più a pensare razionalmente e restano inebetite di fronte ad eventi che non possono gestire… la confusione lascia il posto alla paura, al panico… ma per Matteo ed i suoi le cose sono differenti: il fiume e la terra parlano una lingua che loro conoscono e sanno che cosa avverrà adesso…

L’onda di fango sfonderà porte e finestre…

Entrerà in casa. Distruggerà la casa…

L’onda di fango proseguirà a valle dove stanno altre case e altre persone che vivono dentro quelle case…

In quel momento chiunque avrebbe fatto la scelta più saggia: fuggire fino a quando se ne ha ancora la possibilità.

«A me veniva l’idea di dire: “Andiamo via di casa… Andiamo via! Ma siamo talmente tanto legati a questa casa… talmente tanti sacrifici… a questa casa gli abbiamo dedicato una vita e vederla che in cinque minuti poteva sparire…»

«In 5 minuti… in 5 minuti hai perso tutto! Sei lì che pensi a che ora devi svegliarti la mattina dopo, su quale cantiere ti aspettano, che cosa regalare a tua figlia per il suo compleanno e che sarebbe bello andare al mare tutti insieme quest’estate e che forse è davvero il caso di prendersele quelle due settimane di ferie… ed in 5 minuti, ti tolgono tutto… hai perso il lavoro, la casa… e qualcuno allora dirà che l’importante è la vita… e noi eravamo ancora in tempo per riuscire a scappare, a salvarci… ma la domanda allora te la faccio io! Quanta vita hai dato per quella casa?… perché anche se sono solo delle cose, quelle cose tu le hai pagate con anni della tua vita, per tirar su qualcosa di importante per i tuoi figli… Sono solo cose – io lo so! – ma quelle cose non te le hanno regalate, le hai pagate con anni in un cantiere e quegli anni non te li restituisce nessuno!»

«Mio fratello e mio babbo, ci guardavamo negli occhi, vedevamo la roba, tutta l’attrezzatura che andava giù… ci guardavamo e non avevamo le parole… è un pezzo della tua vita!»

«Poi ad un certo punto ho visto mio padre che si volta verso l’ingresso, ha aperto la porta e ha preso un paio di chiavi dalla cassetta a muro… ho riconosciuto il portachiavi giallo con la scritta rossa…

“Dove vai?” Gli ho fatto e lui: “Prendo l’Hitachi!”

“Come “Prendi l’Hitachi”?!”

“Sì, vado a liberare il torrente con l’escavatore… se faccio tornare l’acqua dentro al suo letto, riesco a salvare qualcosa…” mi ha detto.

Così gli faccio: “Ma sei fuori… che cosa credi…» e avrei voluto dirgli che era una cosa da pazzi, che rischiava di restarci morto in mezzo al fango, ma le parole mi sono restate nella gola. Mio padre aveva tutti gli occhi rossi ed io non lo avevo mai visto così…

Ha stretto le chiavi nella mano ed è uscito fuori nella pioggia…»

Se questo fosse un romanzo, probabilmente uno scrittore d’esperienza inserirebbe ora una scena dove i 2 fratelli rimasti soli si guardano negli occhi e discutono sul da farsi o roba del genere, ma la vita reale è più schietta, più semplice e meno epica di un romanzo.

Nella nostra scena da vita reale succede qualcosa di molto più banale: un uomo di quasi settant’anni che se ne esce in mezzo alla pioggia con un mazzo di chiavi e 2 giovani uomini che gli vanno dietro due secondi più tardi – senza dire una parola, senza un attimo di incertezza – ognuno con un mazzo di chiavi in mano.

«Quindi ci siamo buttati subito noi a muso duro… noi siamo partiti subito con i mezzi che avevamo… a muso duro e via!»

Mentre la pioggia continua a cadere, 3 enormi dinosauri fatti di metallo e pistoni e cingoli si muovono nel buio della notte. Ai loro comandi stanno 3 uomini: i piedi sui pedali, la mano sinistra sulla cloche di braccio di scavo e ralla, quella destra per braccio di sollevamento e benna. Lavorano in silenzio, mentre i fari sulla cima di ogni escavatore squarciano il buio di una notte fatta di acqua, roccia, alberi a pezzi e tonnellate di fango.

Il braccio si abbassa, la benna addenta un morso di terra, lo solleva, la ralla ruota, e la benna scarica di lato. A fianco un ragno d’acciaio scende, afferra un cumulo di tronchi, poi stringe: uno sbuffo di fumo nero dalla marmitta ed i tronchi si spezzano come stuzzicadenti sotto la potenza di denti d’acciaio. Gesti veloci quasi inconsci, compiuti miliardi di volte da chi di quella macchina conosce quasi ogni bullone, dita che si muovono come quelle di un burattinaio tra fili che ora sono leve di comando e pulsanti… 

«Siamo andati avanti tutta la notte… senza chiudere occhio, senza mangiare, senza bere… mentre fuori veniva giù il mondo… dovevamo riuscire a liberare il letto del fiume… a riportare l’acqua nel suo tracciato…»

«Lavoravo con gli occhi lucidi, con le lacrime… ognuno con il suo mezzo, ognuno faceva il suo lavoro e non ci guardavamo neanche in faccia… ognuno faceva il suo lavoro…»

Poi Matteo abbassa la testa e fissa il piccolo registratore sul tavolo.

«Ma ad un certo punto ci siamo resi conto che non ce l’avremmo mai fatta… Spostavi 10 tronchi e nel frattempo l’acqua ne aveva portati altri 20 a valle… era come togliere sabbia dal bagnasciuga… continuavamo a lavorare, ma era tutto inutile… eravamo stati degli idioti a pensare di riuscirci… ho visto mio padre che si fermava, lasciando il braccio dell’escavatore alzato a mezz’aria e si è messo le mani davanti agli occhi… ed io ho pensato che era finita! Ho pensato che se mio padre, lui che è il più forte, lui che non molla mai, se lui lascia, vuole dire che è davvero finita… E poi… poi sono arrivati!»

«Chi è arrivato?»

«Sono arrivati quei ragazzi!»

Nel buio di una notte fatta di pioggia e fango, un rumore risuona all’improvviso nella vallata. Un rumore differente da quello di acqua che corre e massi che rotolano… 

«Sai, erano come i cingoli di un carro armato… il rumore arrivava dalla strada… poi ho visto che dal cancello del piazzale spuntava un affare di colore arancione…»

Un Benati 3.22 da 23.000 chili di stazza sterza sui cingoli e si dirige a piena velocità verso Matteo, ma non è il solo a varcare il cancello. Dietro di lui giunge un Caterpillar con braccio monoblocco… e poi un Doosan DX 235 da venti tonnellate… e poi un New Holland E215 giallo limone… la processione non si arresta. I mezzi arrivano al cancello, sterzano di 90 gradi e avanzano a tutta velocità mentre il fiume in piena scorre tra i cingoli.

«C’erano tutti! Stavano arrivando da tutta la vallata! Ognuno con i suoi mezzi… erano altre ditte che conoscevamo… alcuni solo per nome… Ma erano tutti lì senza che noi avessimo detto niente… Sono arrivati tutti! Erano lì per non lasciarci da soli!»

«Quando c’è questa collaborazione… ti vedi la gente che ti chiede: “Hai bisogno? Ti do una mano…” è bellissimo! Tutta la notte! Tutta la notte a seguire, eravamo sei, sette mezzi fra pale, escavatori, più tre camion che viaggiavano. Quindi c i hanno dato una mano un po’ tutti all’inizio!»

E alcuni sono amici, parenti, vicini di casa… ma altri sono poco più che conoscenti… ed altri ancora sono persone che non hai mai visto, giunte lì perché c’è bisogno e se c’è bisogno allora è il momento di rimboccarsi le maniche e fare la cosa giusta indipendentemente dai doveri, dalle ricompense, dal fatto che un giorno qualcuno potrà fare lo stesso per te… sei lì perché devi esserci.

«Questa è una zona dove ci sono tre ditte… nel raggio di due chilometri ci sono tre ditte che facciamo più o meno lo stesso lavoro, che abbiamo gli scavatori tutti… Ci hanno aiutati tutti, anche gli altri e in quei momenti lì proprio è … mi sono messo a piangere dieci volte…»

Mentre la notte lascia il posto all’alba, 7 escavatori lavorano per ridare al fiume un letto, salvare una famiglia e oltre due dozzine di case più a valle: 7 enormi dinosauri in metallo che lavorano senza sosta, in perfetta coordinazione, tonnellate di acciaio contro tonnellate di fango, pietra e tronchi.

«Poi dopo piano piano abbiamo cominciato a ricreare l’impronta del fosso, abbiamo dovuto deviare l’acqua perché aveva portato via dei capannoni. Siamo riusciti ad arrivarci subito, a deviare l’acqua, a farla ritornare nel suo corso naturale.»

8 ore più tardi il fiume ritornava all’interno dei suoi argini, scongiurando un disastro che senza la determinazione di pochi avrebbe probabilmente segnato drammaticamente la vita di molti, del tutto inconsapevoli di quello che quella notte stava accadendo non molto distante dalle loro case.

Saranno necessari 10 giorni ininterrotti di lavoro, oltre 200 trasporti con mezzi pesanti per rimuovere 20.000 quintali di materiale tra rocce e vegetazione.

«La cosa più bella è che nel momento del bisogno la gente… anche se uno dubitava di questa cosa qui… invece momenti più difficili ci si sta vicino… ci si sta vicino e quella è la cosa più bella!»

Matteo mi accompagna alla macchina. Se non fosse per il fango che colora di bianco i tronchi degli alberi, nessuno crederebbe a quello che è successo.

«Qual è stato il momento che non dimenticherai più, Matteo?»

Lui allora fruga nelle tasche ed estrae il suo cellulare. Vedo l’indice ed il pollice che con movimenti ormai automatici navigano tra app e file. Poi Matteo mi porge il suo telefono.

In una foto scattata all’alba un gruppo di uomini sorride verso l’obiettivo, uno di fianco all’altro. Sono sporchi di fango, dalla testa ai piedi, sfiniti ma orgogliosi. Dietro di loro 7 dinosauri in metallo, i fari accesi, enormi (“e bellissimi” – avrebbe detto Matteo) attendono mansueti i loro padroni.

Come un muro di fango

Secondo il servizio geologico nazionale sono presenti sul nostro territorio circa 620.000 frane ma secondo alcune stime potrebbero essere addirittura milioni. Questo si traduce in Italia in 2 frane per chilometro quadrato.

Recenti studi affermano inoltre che circa 25 milioni di italiani vivono in zone potenzialmente soggette a frane.

Ma quali sono i fattori che possono generare una frana nel caso di una alluvione?

Le piogge intense scaricano sul suolo in tempi brevi grandi quantità di acqua. La variabile che determina l’accumulo della stessa nel terreno viene definita “conducibilità idraulica”. L’accumularsi di acqua negli strati più profondi del suolo, specie se questo avviene in tempi brevi, genera delle sovrappressioni che riducono la resistenza del terreno e portano al collasso dei versanti e quindi al fenomeno franoso.

Le frane si possono trasformare da piccoli scivolamenti superficiali di poche decine di metri quadrati in colate da milioni di metri cubi in grado di percorrere anche chilometri a velocità elevatissima, sviluppando un’energia enorme e distruggendo quanto trovano lungo il loro percorso.

Dal 1968 ad oggi le frane hanno provocato in Italia 1250 morti e 155.000 sfollati.

Fango – Storia di una Alluvione | Scritto e narrato da Marco Cortesi e Mara Moschini
Una produzione Ass. Moka © Tutti i diritti riservati
Distribuito da VOIS – Podcast Creator Compay

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Fango - Storia di una Alluvione