«Credo che non sia stato facile per loro… per i bambini, dico… All’inizio io e Daniela ci abbiamo provato a far finta che fosse tutto a posto… ma loro capivano che c’era qualcosa che non andava…

Sai, mia madre dice che anche se sono piccoli, i bambini capiscono tutto! Hai voglia se capiscono! A volte loro che sono piccoli capiscono molto più dei grandi!»

Marco parla seduto al tavolo della cucina. Lui e sua moglie mi hanno accolto in una giornata dove il cielo è grigio e promette pioggia, anche se questa volta – si spera – sarà una pioggia differente, una pioggia normale. La loro casa sul basso Appennino attorno a Cesena sa ancora di nuovo: mobili, elettrodomestici, pavimenti… ogni cosa ha l’aspetto e l’odore delle cose comprate da poco…

«Marco, qual è la cosa che non dimenticherai più?»

«La cosa che non dimenticherò più è quando sono venute giù le montagne!»

«L’impotenza e la paura insieme… cioè io proprio correvo in salita perché avevo paura che mi andasse giù la strada con i bambini e tutto. Capito? E qui stava andando giù tutto, stavano andando giù le colline!»

16 maggio 2023 – Accade l’impensabile: i principali corsi d’acqua dell’Emilia-Romagna, oltre 20 fiumi, esondano causando una delle più gravi alluvioni sul territorio nazionale. 450 eventi climatici estremi nel nostro Paese in poco più di 24 mesi, danni per oltre 100 miliardi di euro e 22.000 vittime negli ultimi decenni. Che cosa sta succedendo?

Un’inchiesta su un disastro climatico, le sue cause, i suoi protagonisti per comprendere il presente di un clima che cambia e costruire un futuro che se vogliamo potrà essere migliore. Io sono Marco Cortesi e questo è “Fango – Storia di un’alluvione”.

Si chiama “Ecofilia” e definirla a parole non è semplice: si tratta dell’istinto primordiale dell’uomo di sentirsi parte dell’ambiente naturale, un’istinto che in un mondo dove il panorama che ci circonda è spesso una distesa di cemento, abbiamo finito per perdere. 

Eppure c’è qualcuno che questo istinto lo mostra nella sua innata forza fin dal principio: i bambini. Il loro stupore di fronte al mondo animale, vegetale… l’innato rispetto verso qualcosa che sentono parte di loro stessi, lasciano affascinati e sorpresi.

Guardate un bambino camminare in mezzo ad un bosco, interagire con un animale, guardate i suoi occhi, la sua innata meraviglia di fronte alla Natura e vedrete in azione l’Ecofilia.

Immaginatevi una vecchia e grande casa in mezzo al bosco: foreste secolari di querce, castagni, faggi. Marco, sua moglie Daniela ed i loro 3 figli vivono in quello che potrebbe essere un set del Signore degli Anelli… anche se il rapporto di Marco con questi luoghi nei quali è cresciuto non è stato sempre facile.

«Eravamo lontani da tutto, capisci?… e pensare che glielo avevano anche detto ai miei genitori: volete comprare casa qui? Guardate che quassù non c’è niente!»

«Cercavano una casa dove venire a stare in un luogo più in natura, più aperto e arrivarono qui un giorno, si fermarono: “Scusi, ci hanno detto che qui c’è una casa in vendita…”. E la risposta fu: “a que un gne gnent!”»

Ma — strana ironia della sorte — quando Marco diventa marito di Daniela e padre di Tommaso, Teresa e Pietro, quella vecchia casa nel piccolo borgo di Nuvoleto è molto meglio della periferia di una grande città tra smog, traffico e rumore. E così la scelta di ritornare lì in collina, vicino alle montagne, in quella che Marco ed i suoi genitori avevano chiamato “casa” per oltre vent’anni. 

«E quando è nato Tommaso noi stavamo in un bilocale in Piazza del Popolo a Cesena e abbiamo detto: “che cosa ci stiamo a fare qua?!” Siamo tornati qui e abbiamo ristrutturato…»

I bambini crescono in un piccolo paradiso: 9 case e 9 famiglie. 10 bambini e bambine liberi di correre a perdifiato in mezzo al natura e una trentina di adulti che abito luogo con spirito di condivisione e solidarietà. Marco e Daniela sanno che tornare qui è stata la scelta migliore.

«Ce lo siamo ripetuti anche quel 16 maggio quando hanno dato l’allerta… quando dicevano che stava per succedere qualcosa di grosso, qualcosa che non era mai successo prima…»

    • Scatta l’allerta meteo in Emilia Romagna per tutta la giornata di domani 16 maggio
    • Crescono i corsi d’acqua per le precipitazioni che dalla notte stanno interessando tutto il territorio…
    • Si raccomanda di limitare gli spostamenti a quelli strettamente necessari e di non recarsi per nessun motivo vicino ai fiumi…

«Ci dicevamo che per una volta l’aver deciso di vivere quassù, fosse un vantaggio! Quassù non ci sono fiumi ch e esondano!»

«Eravamo tutti tranquilli, anzi dico di più! Abbiamo anche riso e scherzato perché era una giornata bellissima, una serata bellissima. Guardavamo il cielo e dicevamo: “Hanno dato un’allerta meteo pesantissima, ma è sereno ed è bel tempo e poi comunque – sì è vero – un po’ piove però l’acqua comunque va in giù… cioè il solito detto: “l’acqua va in giù”»

Mentre Marco racconta, lo vedo farsi più nervoso… e noto una cosa strana: i bambini più grandi, Tommaso e Teresa, continuano a giocare ad un paio di metri da noi che ce ne stiamo seduti al tavolo della cucina, ma non parlano più: giocano in perfetto silenzio o meglio fingono di giocare… Anche loro stanno ascoltando una storia che li riguarda personalmente.

«E poi ad un certo punto ha cominciato a piovere… » 

«Eravamo qui, tra virgolette tranquilli, sei in casa che pioveva però più o meno tranquilli… e la cosa che ci ha – come dire – messo un po’ in allarme: gli elicotteri. Hanno iniziato due elicotteri a girare la valle, da una parte qui e dall’altra: questi elicotteri, il rumore di questi elicotteri molti bassi che giravano e stazionavano nelle valli, fermi e guardavano in giro… Da quegli elicotteri che giravano hanno visto secondo me che stava venendo giù tutto perché hanno detto che comunque dall’alto si era visto che era un macello!»

«In montagna piove… non è qualcosa di nuovo… a volte piove per settimane… Ma perché questa volta c’erano gli elicotteri io non riuscivo a spiegarmelo… grossi elicotteri militari… volavano bassissimi, si fermavano e illuminavano i boschi che stavano sotto… Così ho detto ai bambini: “adesso ci guardiamo un bel cartone animato!“ Ci siamo messi tutti sul divano ed io tenevo il volume al massimo per coprire quel rumore… Pensavo che così non si sarebbero preoccupati… poi mi accorgo a un certo punto che Teresa invece di guardare lo schermo del tablet, guardava me… Avevano capito che c’era qualcosa che non andava!»

«È iniziato ad andare via la luce… ci siamo iniziati a preoccupare… abbiamo sentito parlare dei primi smottamenti. Sentivamo ‘ste voci che giù era successo il finimondo: ponti crollati… cioè un disastro! Avevamo solo i cellulari che andavano, ma le linee che andavano e non andavano, quindi questa tensione che saliva, saliva, saliva… quest’acqua che continua a venire…»

La luce non era mai mancata così a lungo e sopratutto da lassù dove si trovavano era sempre possibile vedere le case illuminate giù a valle: le strade con i lampioni… Ora anche quelle sono al buio… e la pioggia si fa sempre più forte, sempre più intensa. 

«Cerchi di distrarre i bambini in qualche modo, ma quella notte lì è stata terribile! Io l’ho passata qui, andavo fuori a guardare con le pile senza la luce… erano cascati i pali della corrente… La Daniela che guardava fuori e diceva: “smetti di piovere, smetti di piovere”…»

I bambini vengono messi a letto, ma per Marco e sua moglie Daniela l’angoscia continua a crescere. Sui cellulari che conservano ancora un po’ della loro carica giungono immagini e video che lasciano senza parole.

«I ponti a cui mancava una testa dall’altra parte di appoggio… il campino dell’oratorio, in cui io ho giocato praticamente tutti i miei anni da piccolo, ne manca la metà perché se l’è portata via il fiume!»

Marco e Daniela cercano di tranquillizzare i parenti e gli amici che in quelle ore sono in ansia e che continuano a chiamarli chiedendo aggiornamenti: “Tranquilli, stiamo bene! Domani mattina andrà meglio! Sicuro!”

«I bambini? I bambini sono a letto, mamma… Sono contenti che domani le scuole restano chiuse! Sì, piove ancora, ma mi sembra che si stia calmando… » 

Marco però sta mentendo, come ha mentito anche a se stesso dicendosi che quelle scene da telegiornale accadono sempre da qualche altra parte… in fondo quassù non è mai successo niente e queste case sono qui da più di cent’anni. La pioggia fuori però cade sempre più fitta. 

Quando pensiamo ad una alluvione, la prima immagine che ci viene in mente è quella di un fiume che oltrepassa i suoi argini ed esonda allagando luoghi dove sorgono case, strade… ma un evento climatico estremo si verifica all’interno di un sistema che riguarda il territorio nella sua complessità: quando in 2 giorni cade la quantità d’acqua prevista in 6 mesi, un’alluvione diventa “esondazione” in pianura, ma nei territori montagnosi e collinari il suo nome si declina in un altro sostantivo: frane.

«Quando la mattina dopo ci siamo svegliati, aveva smesso di piovere… il cielo era sempre grigio… ma mi sono detto che il peggio era passato! È stato Tommaso, il più grande, ad uscire per primo…Si è messo gli stivali ed è corso fuori a dare un’occhiata… dieci secondi più tardi lo vedo rientrare in casa con una faccia… era stravolto… Che succede, Tommy? Gli faccio… Lui faceva no con la testa… Guarda che è finita! Ha smesso! Vieni che ci andiamo a fare un giro!»

«”No, io fuori a vedere l’apocalisse non ci voglio più tornare!”: mi ha risposto questo Tommaso! Non c’era più il giardino, stava andando giù la riva del vicino dove hanno il capannone con i trattori… io l’ho chiamato e gli ho detto: “Bisogna che vieni su a togliere i mezzi o te li tolgo io” “Vengo sù io!”. Lui è arrivato dopo un’ora e mezza bagnato fradicio con una motosega in mano, mi guarda e mi fa: “La strada con c’è più!” “Come la strada non c’è più?!” “No, la strada non c’è più!”»

Il giardino di Marco è scomparso, si è staccato di netto franando a valle… al suo posto una scarpata di terra rossa… Appena fuori dall’aia il capanno dei trattori del vicino: la struttura è collassata su se stessa: grossi pali di ferro piegati e parte della copertura crollata sui mezzi all’interno. Marco si guarda attorno in quel piazzale deserto. Il cielo è grigio, con nuvole gonfie e scure. La vecchia quercia – e Marco lo nota solo ora – è inclinata sulla destra… 

«Ho sentito una voce nella testa che diceva: Vattene! Vattene! Prendi i bambini, prendi quello che puoi caricare in spalla e vattene!… dovunque mi voltavo c’erano segni che nella notte qualcosa era successo… la terra sotto i nostri piedi si era mossa! La montagna intera si era mossa!»

L’agitazione si fa paura.

«Ce ne andiamo!» Esclama Marco rientrando in casa.

Daniela non dice niente. Non chiede spiegazioni. Si precipita nella camera da letto ed inizia a riempire gli zaini, come fosse un momento che aspettava. Marco la raggiunge. Nel panico di quegli istanti la consapevolezza che forse stanno per lasciare la loro casa per sempre, ma non c’è tempo per pensare. La priorità ora sono i bambini.

«Cosa prendo? I giubbotti, avevo le scarpe dei bambini, avevo lo zaino della scuola di Tommy, il grembiule perché ho detto: “Qui non ci torniamo più!” Due paia di mutande, due paia di calzetti, qualche maglietta, pantaloni e due valige per i bambini… le medicine per loro…»

15 minuti più tardi Marco, Daniela ed i tre piccoli sono fuori dall’abitazione.

«Dovevamo andare a piedi. Cercando di oltrepassare il tratto di strada franato…»

La famiglia di 5 si avvia: Pietro che ha solo 10 mesi è in braccio alla mamma. Tommaso e Teresa, 7 e 5 anni, vicino a Marco. Ognuno con il suo poncho lungo una via attraversata da rivoli di fango… 

«Camminavamo in silenzio… E in testa mi ripetevo che avevamo fatto la scelta giusta… Restare era troppo pericoloso… Altre famiglie se ne erano andate già il giorno prima… »

Marco si ferma nel suo racconto. Scoprirò solo dopo che è questa la parte che continua a perseguitarlo la notte… mentre lui parla, al nostro fianco i bambini hanno smesso di giocare e ci guardano, stringendo in mano le macchinine colorate che prima facevano correre sul pavimento.

«È iniziato tutto con il rumore. È un rumore che non so descriverti… 

«Come dire? Un insieme di tuoni e poi cose che si spaccano… E io pensavo che tuonasse all’inizio! E poi sentivi questo rumore un po’ come il lampo e il tuono e poco dopo iniziavi a sentire questo tuono però prolungato…»

Si dice che nei momenti di pericolo, quando in gioco c’è la propria vita, l’impressione è che il tempo rallenti. Il tempo è una costante inalterabile, ma la percezione del suo scorrere può effettivamente variare: gli scienziati lo chiamano “Fight or Flight”, “combatti o fuggi”: l’adrenalina viene rilasciata, il battito cardiaco aumenta per pompare più sangue a muscoli e cervello, processi secondari come la digestione si interrompono, i sensi si fanno più acuti… il nostro cervello entra in modalità boost con un unico fine: massimizzare le nostre probabilità di sopravvivenza..

In quel momento mentre quel rumore che sembra provenire da un altro mondo si propaga nella vallata, il tempo per Marco rallenta e per un istante il tempo si congela. 

«Avevo Tommaso e la Teresa per mano e scendevo la nostra strada per vedere le condizioni e ho visto e sentito… quello!»

«Ricordo i bambini: erano fermi e guardavano dritto… Avevamo il lato che saliva alla nostra destra ed il bosco che scendeva alla nostra sinistra. Pioveva ma non tirava vento, ma ecco… le cime degli alberi hanno cominciato a muoversi…

Era come se ci fosse un animale in mezzo alla foresta… e quell’animale era sempre più grande perché prima a muoversi erano un coppia di alberi, poi dieci, venti e poi all’improvviso un pezzo intero di bosco…»

E poi quegli alberi… io non so come raccontartelo… ma quegli alberi tutti insieme hanno attraversato la strada! Si sono mossi con quel rumore fatto di cose che si spezzano e hanno attraversato la strada 200 metri davanti a noi…»

«C’erano le colline che andavano giù. Anche scendendo la strada si vedeva proprio la collina davanti… ce la siam visti andar giù! Intere con tutti gli alberi quindi quando arrivavano giù a valle facevano il rumore di tutti gli alberi spaccati… bestiale! Sono partiti da lassù, sono arrivati tre-quattrocento metri sotto…»

«Mi sono lanciato sui bambini: ho afferrato Tommaso e Teresa per le mani… Urlavo “Daniela! Corri, corri!”… Lei aveva Pietro in braccio. Alle nostre spalle il rumore si faceva sempre più forte…»

«E io lì li ho presi su di corsa proprio tirandoli in salita, dicendo: “torniamo a casa, torniamo a casa!” perché ce la siam visti andar giù… intere con tutti gli alberi… probabilmente hanno sentito anche la mia tensione… cioè io proprio correvo in salita, avevo paura che mi andasse giù la strada con i bambini e tutto! E qui stava andando giù tutto, stavano andando giù le colline! Andavano giù le colline!»

(Frane da scivolamento rotazionale, traslazionale, scivolamento di blocchi, caduta di rocce, ribaltamento, espansione laterale, flusso di detriti… ma il meccanismo di formazione di una frana per cause meteorologiche è semplice: troppa pioggia su di un terreno che giunge a saturazione troppo in fretta.)

Alle spalle di Marco, la frana è come un’onda di terra capace di sollevare in blocco decine di alberi e ribaltarli come fossero stuzzicadenti, l’asfalto si alza, si spezza, si frantuma e viene capovolto… La frana avanza a velocità elevatissima, interessando un fronte di quasi 200 metri.

«Abbiamo cominciato a correre verso casa! È in quel momento che ho guardato Teresa: aveva tutti gli occhi bagnati, ma non gridava…»

Marco intravede la loro abitazione. Accelera la corsa. Si getta sulla porta, infila la chiave. La famiglia si precipita all’interno. L’uomo chiude la porta alle sue spalle.

«Noi ci siamo sentiti veramente in pericolo in un posto che è sempre stato un paradiso. Questa forse è la cosa più grossa che ci ha tolto… una roba impressionate, impressionate!»

Le ore passano. Marco e Daniela cercano di rassicurare i bambini, ma nessuno riesce a togliersi dalla mente quello che è successo. Il luogo che dovrebbe essere il più sicuro, la propria casa, non lo è più.

«È quando siamo stati di nuovo in casa che è incominciata la paura più profonda, una paura differente da quella che avevamo avvertito sulla strada… perché una parte del tuo cervello ti dice: “Adesso sei al sicuro! Sei in casa tua! Ora è tutto ok!” Ma tu sai che la tua casa è sulla montagna… è qui da cent’anni e in cent’anni è successo di tutto, ma mai la montagna è venuta giù… mai la terra si era mossa tutta insieme… Dove vai? Dove ti nascondi? Dove vai se la terra, se vuole, può rotolare a valle portandosi via tutto?!»

Con la poca carica rimasta e con le linee telefoniche sempre più deboli Marco manda un messaggio al fratello. La speranza è che lui possa allertare i soccorsi.

«È venuta giù tutta la strada. Siamo bloccati.»

«Noi tutti ci mandavano i messaggi, perché poi non funzionavano le linee, funzionava solo i vocali e whatsapp appena: “Dai! State tranquilli, le case sono lì da cent’anni! Sono sul duro!” E lì è stato proprio la tensione massima… l’ennesima notte senza luce, cerchi di distrarre i bambini in qualche modo, ma quella notte lì è stata terribile! Perché veramente io l’ho passata qui… Entravo lì dentro, guardavo, andavo fuori… di là perché ci abbiamo la collina qui sopra…»

Abbiamo messo a letto i bambini… e mi ricordo che Teresa, la piccola, prima di addormentarsi, mi guarda e mi chiede: “la montagna è arrabbiata con noi, babbo?” Mi ha chiesto questo, capito? Lei è nata qui, è cresciuta qui… questi sono i luoghi che ha sempre visto… Io non sapevo cosa risponderle…»

«Io quei giorni ho pianto… Te lo dico molto tranquillamente! Ho pianto quei giorni, ho pianto i giorni dopo… perché avevamo una tensione bestiale…»

Mentre la pioggia cade senza sosta, Marco e Daniela aspettano al buio. Niente corrente elettrica, niente linea telefonica: un uomo e una donna che attendono senza dire una parola. Nessuno di loro riuscirà a dormire quella notte nella consapevolezza che ora non c’è niente che possano fare, che se la montagna viene giù, se le colline scivolano a valle portando con sé boschi interi con centinaia di alberi e rocce e terra, non ci sono strategie o soluzioni.

Ma quella notte grazie a Dio la montagna decise di prendersi una pausa. 

La mattina dopo all’alba il cellulare di Marco vibrò: niente Whatsapp o email, ma un buon vecchio SMS che dimostrava quanto una tecnologia vecchia di trent’anni fosse la più affidabile in una situazione di emergenza! Il testo del messaggio era telegrafico: Evacuazione. Ore 06:30. Persone da evacuare: 5. Esercito italiano – Ministero della Difesa.

«Preparate le valigie, le cose essenziali, se prendete le medicine e tra venti minuti c’è un elicottero che vi viene a prendere!»

Un enorme elicottero militare NH90, uno di quelli che vedi solo nei film, era atterrato nel pianoro sotto casa, ma i rotori erano rimasti accesi. 4 uomini erano corsi verso di loro, indossavano le mimetiche, e avevano preso i bambini senza dire una parola. 

«E poi è arrivato l’elicottero, un elicottero militare, è atterrato nel campo qua sotto. Ci hanno girato sopra, hanno provato ad atterrare qui ne campo di fianco… ad un certo punto ci hanno fatto segno di no… poi sono andati nel campo poco sopra…»

Marco se ne stava con il passeggino sotto un braccio e la borsa con i pannolini sotto l’altro. Sfinito, bagnato fradicio con la pioggia che gli disegnava rivoli lungo le guance.

«Siamo arrivati lì a piedi, io con il passeggino, il trolley, le borse… hanno preso i bambini e li hanno caricati… e comunque vedi i tuoi figli in braccio a qualcun altro che salgono su questo elicottero… c’è stato questo momento un po’…»

Li avevano fatti salire a bordo tenendogli una mano sopra la testa mentre passavano sotto le pale e la forza dell’aria era tale da toglierti il respiro. 

Erano decollati diretti all’aeroporto più vicino diventando ufficialmente una delle oltre 200 missioni di soccorso aereo svolte dalle forze impegnate durante l’alluvione. Sotto di loro il verde dei boschi e lunghe lingue di fango. Verranno documentati  oltre 2300 fronti di frana attivi, 978 di essi di portata estesa capaci di modificare la geografia di un territorio vastissimo interrompendo un totale di 544 vie di comunicazione.

Pochi minuti più tardi erano all’aeroporto di Forlì per essere trasferiti in un centro di raccolta. Attorno a loro uno scenario che sembrava la scena di un film: elicotteri che atterravano e ripartivano senza sosta mentre decine di persone, spaesate, spaventate, confuse venivano condotte all’interno dell’hangar.

«Un continuo arrivare di elicotteri con persone: elicottero Guardia di Finanza, elicottero militare, elicottero Soccorso Alpino… lasciavano e ripartivano, lasciavano e ripartivano…»

    • È appena atterrato un’elicottero della Guardia di Finanza che ha evacuato una coppia di anziani…
    • Alle mie spalle l’arrivo degli elicotteri dei Vigili del Fuoco. Ci sono più di 1100 volontari e oltre 600 Vigli del Fuoco, Forze dell’Ordine…
    • In volo per tutta la giornata anche l’elicottero della Croce Rossa per l’evacuazione delle persone fragili.

Marco e la sua famiglia ritornarono a casa 2 settimane più tardi. Altri decisero di abbandonare per sempre quelle case tra le montagne… ma Marco e Daniela scelsero di tornare a chiamare “casa” quel luogo che casa lo era da sempre, nonostante tutto.

«Dopo dieci giorni di passione siamo arrivati qui… ci siamo guardati io e la Daniela e abbiamo detto: “Siamo a casa!” E c’è la casa perché questa è stata una cosa grossa…»

La loro casa era ancora lì. Non c’era più il giardino, scivolato a valle, portando con sé il capanno degli attrezzi ed uno dei vecchi trattori dei vicini… la vecchia quercia pendeva inclinata sulla destra ma la casa era ancora lì, costruita cent’anni prima su di un blocco di roccia che l’acqua ed il fango non erano riusciti a spostare.

Marco mi racconta di giornate che gradualmente riprendono un briciolo di normalità (anche se la strada ancora non c’è e dobbiamo muoverci a piedi) e di notti in cui quel suono ritorna… quel boato che era arrivato dal nulla mentre lui, Daniela ed i bambini camminavano in mezzo al bosco.

«Io spesso la notte faccio degli incubi bruttissimi… perché ho sognato che io mi guardavo in giro e dicevo: “Che belle le montagne! Qui sono al sicuro… Non sento più niente!” E mentre parlavo, veniva giù la montagna davanti e io iniziavo ad urlare… da un lato ci sentiamo tranquilli, dall’altro a livello inconscio comunque ha toccato delle corde molto profonde perché incubi di questo tipo io non ne ho mai fatti…»

Marco mi racconta che prima di rientrare a casa erano andati tutti insieme a fare provviste. Tommaso era scappato all’improvviso in mezzo alle corsie del supermercato, seguito a ruota da Teresa.

Quando avevano aperto la porta di casa quel giorno, fratello e sorella si erano precipitati nella loro camera, avevano buttato gli zaini sul letto ed erano corsi di nuovo fuori in giardino tenendo stretta in mano la bustina acquistata al supermercato.

Marco li aveva trovati entrambi inginocchiati per terra nell’unico pezzetto di orto che era ancora al suo posto, Tommaso adagiava un seme di pomodoro alla volta e Teresa lo ricopriva con cura, come gli aveva insegnato il nonno.

«Che cosa state facendo?» aveva chiesto Marco.

«Piantiamo i pomodori!» Aveva risposto Tommaso.

«E perché piantate i pomodori?»

Teresa allora si era voltata e aveva risposto come fosse la cosa più scontata del mondo:

«Così la montagna capisce che le vogliamo bene!»

E Marco aveva pensato allora che sua madre aveva proprio ragione: “perché – vedi – anche se sono piccoli, i bambini capiscono! Hai voglia se capiscono! A volte loro che sono piccoli capiscono molto più dei grandi!”

«Qualcuno ci ha detto proprio: “Vivevate in un’isola felice e adesso avete visto questa cosa qui… questa è la cosa più grossa che ci ha t olto: il senso di insicurezza che ci ha lasciato vedere un posto che amiamo, che ci è sempre piaciuto, che è sempre stata casa nostra devastato. Io una roba così non me la dimenticherò più per tutta la vita!»

Quassù non c’è niente!

In Italia la riforestazione ha visto un notevole incremento: in circa 70 anni il paese è passato da 4 a 11 milioni di ettari coperti da boschi. Una buona notizia? Assolutamente sì e che fa del nostro paese uno dei più verdi in Europa. Eppure questo dato incoraggiante si accompagna ad un fenomeno dai risvolti critici: l’abbandono di montagne e colline. La gente lascia i piccoli borghi montani per trasferirsi nei centri urbani.

L’Accademia Nazionale di Agricoltura ed i Carabinieri Forestali hanno lanciato l’allarme puntando l’attenzione sull’enorme parte di superficie boschiva che oggi versa in situazione di abbandono incrementando il rischio frana per gli oltre 2 milioni di abitanti che secondo le statistiche vivono in zone a rischio elevato.

Un bosco ben conservato infatti è capace di funzionare alla stregua di una vera e propria “spugna naturale”, contribuendo a regolare il deflusso delle acque, ridurre l’erosione dei suoli e prevenire la formazione di frane, ma la sua cura e gestione è essenziale. Pulizia, sfolli, diradamenti, conversioni a fustaia,: sono pratiche che venivano implementate da sempre da comunità locali che sapevano quanto il bosco fosse prezioso.

Oggi oltre il 50% della superficie boschiva nazionale versa in uno stato di abbandono.

Fango – Storia di una Alluvione | Scritto e narrato da Marco Cortesi e Mara Moschini
Una produzione Ass. Moka © Tutti i diritti riservati
Distribuito da VOIS – Podcast Creator Compay

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Fango - Storia di una Alluvione