L’enorme AW139 Agusta Westland riempie quasi tutto l’hangar. Me ne sto davanti a questo bestione da 6 tonnellate chiedendomi come diavolo sia possibile che possa alzarsi in volo… È con questo elicottero che è stato compiuto il salvataggio.

«E quanti anni avevano i bambini?» Chiedo a Yuri che è pilota da oltre 10 anni.

«Un anno la piccola, un mese e mezzo il fratellino»

«Un mese e mezzo?! Dio Santo! Grazie ancora, Yuri, per avermi mostrato l’elicottero!»

Mi dirigo verso l’uscita dell’hangar. La voce di Yuri giunge all’improvviso alle mie spalle.

«Dimenticavo! Noi non li chiamiamo mai “elicotteri”. Noi li chiamiamo: “Drago”»

Al centro della carlinga rossa di quell’elicottero da 6 tonnellate compare una scritta bianca che per molte persone ed anche per i due piccolissimi protagonisti di questa storia rappresentò in quei giorni maledetti la differenza tra la vita e la morte. La scritta recita “Vigili del Fuoco”.

“Insomma, sapere che ci sono due bambini cambia, non…”

“Che se sbaglio e perdo la presa, perdo una vita…”

“Guarda, una scena che… mi viene la pelle d’oca ancora!”

16 maggio 2023 – Accade l’impensabile: i principali corsi d’acqua dell’Emilia-Romagna, oltre 20 fiumi, esondano causando una delle più gravi alluvioni sul territorio nazionale. 450 eventi climatici estremi nel nostro Paese in poco più di 24 mesi, danni per oltre 100 miliardi di euro e 22.000 vittime negli ultimi decenni. Che cosa sta succedendo?

Un’inchiesta su un disastro climatico, le sue cause, i suoi protagonisti per comprendere il presente di un clima che cambia e costruire un futuro che se vogliamo potrà essere migliore. Io sono Marco Cortesi e questo è “Fango – Storia di un’alluvione”.

“Aspettare il meglio e prepararsi al peggio: ecco la regola” è uno degli aforismi più celebri di uno dei più importanti poeti del XX Secolo, Fernando Pessoa. E se almeno in teoria siamo tutti d’accordo sull’importanza di essere pronti ad ogni possibile scenario negativo, concorderete probabilmente sul fatto che vivere in questo modo sia impossibile: chi riuscirebbe ad alzarsi ogni mattina immaginando tutte le cose che potrebbero andare storte nel corso della giornata?

Eppure c’è chi quotidianamente fa proprio questo: prepararsi sistematicamente, costantemente allo scenario in cui tutto va per il verso sbagliato — augurandosi che questo non accada — ma chiedendosi: e se succedesse davvero, saprei che cosa fare? 

Cammino su una strada sterrata nel mezzo di un piccolo bosco: i tronchi degli alberi sono ricoperti da una pellicola di fango rappreso. Poco distante il bordo della strada si alza trasformandosi nell’argine del fiume che scorre qui accanto: un corso d’acqua placido e lento in mezzo a vegetazione verde smeraldo.

All’improvviso davanti a me compare un largo cancello di ferro con alle spalle una grande casa di campagna. Al centro una donna alta, capelli corti, biondi, un paio di occhiali da vista e un vestito estivo. Si chiama Roberta, coltiva bellissimi fiori che vende al mercato. È moglie, madre e nonna di due splendidi nipotini. 

Chi come Roberta ci ha visto arrivare armati di microfono, non sapeva nulla di noi, mentre noi sapevamo già tanto di loro.

“Non ci pensavamo lontanamente perché io al mercato tutti i giorni… martedì diluviava… ho detto: “dai, oggi non vado”… io vado sempre anche quando piove tanto dici: “piove un’ora, due ore”… siccome mettevano tutta ‘sta allerta ho detto: “va’ oggi sto a casa”, quindi eravamo tranquilli, avevo fatto la polenta perché… era ancora anche freddo anche se eravamo a metà di maggio, avevamo ancora le giacche a vento… era freddo…”

Roberta mi racconta di quel giorno in cui la sua vita è cambiata, vicino a lei sta Giorgia, la figlia, con i piccoli Jenny, un anno che gioca con un coccodrillo di gomma, e Diego, 45 giorni soltanto, che si guarda attorno e sorride seduto nel suo passeggino. Non molto lontano sta Domenico, marito di Roberta, intento a liberare un magazzino invaso dal fango. Anche quella di Roberta e della sua famiglia sarà una delle oltre 14.000 imprese che verranno messe in ginocchio dall’alluvione.

«Qui avevamo un muro alto un metro e settanta: il 2 aveva tenuto, era proprio filo filo che con le idrovore stavano lì pronti che dicevano: “se ne esce poca, riusciamo ad aspirarla un po’ poi la ributtiamo!”»

Anche a Castrocaro, dove vive Roberta, le piogge di 2 settimane prima, all’inizio di maggio, avevano fatto alzare preoccupantemente il livello del fiume… «Mai vista così tanta acqua!»… dicevano le persone e la tua mente allora si tranquillizza pensando al fatto che qualcosa di peggio non possa essere concepibile, ma soprattutto che qualcosa di peggio non possa accadere di nuovo, non a distanza di dieci giorni soltanto.

Quel 16 maggio però Domenico, marito di Roberta, era rientrato a casa con un’espressione stravolta sul volto. 

«Mio marito era a fare un elettrocardiogramma, è arrivato a casa che era l’una e mezza. Noi avevamo appena finito di mangiare. Ho detto: vieni, dai, che noi abbiamo appena mangiato… E invece ‘stavolta lui come è arrivato ha detto: “‘stavolta non ci salviamo!”»

Durante il tragitto verso casa Domenico aveva osservato il livello del fiume che correva a meno di 15 metri dalla strada: l’acqua giungeva quasi alla cima degli argini, ma non era solo la quantità… questo era successo anche in passato… era la velocità, la violenza dell’acqua. Il Montone è gonfio; scorre con rabbia creando ondate di schiuma biancastra che si perdono in gorghi e mulinelli. Il fiume trasporta detriti, alberi interi sradicati lungo il percorso… Domenico procede a circa 30km orari lungo la strada sterrata che conduce verso casa, ma un grosso tronco lo supera come un autotreno che sorpassa in autostrada.

«È a pari ovunque… quando è arrivato lui e ha detto: “‘stavolta non c’è niente che ci salva, andiamo sotto!”…»

La forza dell’acqua! È questo che lascia allibiti… non è un temporale, un acquazzone… è uno tsunami in miniatura, un’onda di fango e detriti che cancella tutto quello che incontra perché puoi fermare il fuoco, puoi arginare una frana, ma l’acqua non la fermi con niente. 

«Di lì alla finestra vedevamo tutto il fiume, tutto… qui davanti l’acqua correva in una maniera spaventosa, che ti passava davanti tutto… avevamo acqua ovunque perché qua davanti, qua dal vicino, dappertutto aveva un metro e settanta d’acqua dov’era poca… era un metro e settanta ovunque… ma era la pressione che aveva… era il mare in burrasca!»

Roberta si precipita di sotto… è preoccupata per i suoi fiori, per le sue serre, per un’azienda di famiglia che lei, suo marito ed i figli hanno messo in piedi con anni di lavoro… ed è facile dire: “Sono solo cose!” È facile quando guardi da fuori, non quando sei dentro! Perché ci sono cose che sono più di oggetti… sono pezzi di vita, sono dignità, sono futuro, sono tutto quello che hai…

La donna raggiunge il retro della casa. L’onda di fango ha già invaso il giardino.

«Il mio vicino è uscito di casa tranquillo… come è uscito dalle scale, dall’angolo della casa, se l’è portato… ti sentivi nella gambe che ti spinge… cioè qui se cadevi, non avevi più speranze»

La piena sfonda le pareti delle serre, penetra all’interno, distrugge tavoli, scaffali, mensole, inghiotte decine e decine di piante… poi procede verso il pollaio, sommerge le gabbie… solleva il furgone parcheggiato e lo scaglia contro il muro del magazzino… Il rumore dell’impatto è un tuono sordo che fa vibrare i muri.

«Si è proprio vista la devastazione… cioè da noi è come se avessero buttato una bomba! La terra l’ha rigirata… l’ha portata via! Ha rotto reti… ha riempito di tutto! Ha spaccato i vetri, ha aperto la porta… è partita la tavola apparecchiata! Tutte le sedie… ha sgombrato! Ha tolto le ante dai mobili! Mobili rovesciati… la televisione… tutto quello che c’era… tutto a mollo! Cioè… è stata una cosa indescrivibile!»

Roberta si precipita in casa… urla che l’acqua sta arrivando anche lì, che bisogna fuggire di sopra al primo piano. E mentre il panico si diffonde, mentre Giorgia, la figlia, va in cerca di un paio di vestiti per i bimbi, mentre Domenico si chiede dove stanno i documenti, mentre tutti devono scegliere cosa salvare e cosa perdere per sempre, per Roberta il tempo sembra fermarsi di fronte ad una scena che è semplicemente inconcepibile.

«10 minuti prima stavo apparecchiando tavola come tutti i giorni, 10 minuti dopo la nostra vita era a pezzi: la casa, il lavoro, tutto! L’acqua ha distrutto ogni cosa nel giro di secondi… 

«Perché poi non ti rendi conto di quello che è successo sul momento… Io ho realizzato dopo quattro, cinque giorni… anche dopo che ero già qua… ti rendi conto che hai perso tutto… che è finito tutto… che devi ricominciare da zero!»

«Poi ad un certo punto ti accorgi che ci sei anche tu in mezzo a questo inferno… che c’è tua madre che ha quasi novant’anni… che in questa casa ci ha passato una vita intera… e che ci sono due bambini piccoli… che c’è Jenny che ha un anno e Diego che ha poco più di un mese… che se il fiume ti sposta un trattore, vuol dire che se vuole porta via anche loro, anche te… È lì che ho sentito la paura…»

Poche manciate di secondi più tardi tutta la famiglia è al primo piano: l’unico che li separa dal tetto.

Mentre da sotto giunge il rumore dell’acqua che devasta il piano terra, Domenico, marito di Roberta, afferra il cellulare: «Chiamo il 118» poi compone veloce il numero e appoggia il telefono all’orecchio. Il resto della famiglia lo circonda in attesa. Diego singhiozza in braccio alla mamma. Jenny resta zitta, i grandi occhi azzurri sgranati. Attaccato al telefono, Domenico sente solo il suono continuo della linea sovraccarica. In quello stesso istante mentre 24 fiumi esondano in contemporanea inondando oltre 100 comuni, centinaia di migliaia di persone stanno facendo la stessa cosa.

    • Vigili del Fuoco, dov’è l’emergenza?
    • Sì, salve. Siamo a Castrocaro… a Terra del Sole, vicino al fiume, sotto la pesa praticamente, giù in fondo…
    • Riesce a spiegarmi meglio cosa sta succedendo?
    • Ha esondato il fiume, noi siamo nel mezzo, c’è una corrente che porta via gli alberi… non c’è più niente, non c’è più niente intorno. Siamo all’ultimo piano, l’acqua sta salendo e ce l’abbiamo praticamente sotto i piedi… non so cosa fare.
    • Ok, ok! Ci sono bambini con voi?
    • Ci siamo, io mia moglie, mia figlia e i suoi figli.
    • Va bene, mandiamo subito una squadra.

L’eliporto di Bologna è un enorme piazzale circondato da hangar. Una leggera pioggia bagna la pista di decollo. Cammino sentendomi in ansia consapevole che se ho avuto accesso a questo luogo è solo perché qualcuno ha deciso di raccontarmi la sua storia. 

La squadra di salvataggio che operò il 16 maggio mi aspetta seduta attorno ad un tavolo di formica marrone in un edificio capeggiato dalla scritta “Vigili del Fuoco”. È Enrico, caporeparto elisoccorritore, che si occupa delle presentazioni.

«Io sono elisoccorritore quindi io sono quello che scende a fare l’intervento fisicamente… ci sono due piloti, un tecnico di bordo che fa anche il verricellista quindi è quello che cala il verricello… Lui è Furio ed è il collega elisoccorritore che era con me il primo giorno. Lui è Gabriele ed è il tecnico di bordo verricellista che era con noi… Lui è il pilota operativo che avevamo. Non ve l’ho presentato: Yuri!»

Racconto alla squadra di un progetto, il nostro, nato con l’ambizione di conservare la memoria di quello che l’Alluvione ha rappresentato, di quello che eventi climatici estremi come quello del maggio 2023 significano per chi li vive.

Dico che mi piacerebbe che mi raccontassero che cosa è avvenuto quel giorno. L’atmosfera allora cambia… e quei 5 uomini che mi hanno accolto con un sorriso si fanno più seri.

«Dalla sala crisi ci venivano dati gli interventi più urgenti perché erano tutti nella stessa situazione però c’era chi mancava ossigeno – mi ricordo – uno stava finendo la bombola dell’ossigeno o chi doveva essere portato via perché era cardiopatico… quindi – diciamo – c’erano tante persone sui tetti o sulle macchine… però ci veniva assegnato un intervento più urgente in quel momento…»

Nel primo giorno d’emergenza gli interventi della squadra di Enrico ed i suoi colleghi superano la dozzina… Non ci sono pause. L’elicottero decolla, raggiunge il luogo d’intervento, gli elisoccorritori specializzati si calano con il verricello e prestano soccorso… ma all’improvviso giunge una richiesta diversa dalla altre: una famiglia in pericolo in una casa totalmente circondata dal fiume esondato.

Si parla anche di un Unimog della Protezione Civile, un grosso mezzo fuoristrada, che ha già tentato il soccorso, ma senza successo. Il 4×4 è stato travolto dall’acqua, sommerso fino al tettuccio mentre tentava il recupero. Nonostante le 10 tonnellate di peso, l’Unimog è stato sollevato dall’onda e ribaltato. L’equipaggio è riuscito a lasciare il veicolo prima che l’abitacolo venisse inghiottito dal fango… 

Ogni tentativo di avvicinarsi all’abitazione via terra è fallito. La corrente è troppo forte. Il centro crisi comunica che la situazione per le persone coinvolte è a rischio elevato.

«Noi si ha questa sala operativa che a monte vaglia quelle che sono le priorità e ti danno l’indicazione di una famiglia con bambini che sono già saliti al primo piano. Chi fa il soccorso pensa a fare il soccorso, non deve pensare dove andare perché è già difficile fare bene e stare concentrati in quell’arco di tempo. Loro vagliano chi è inderogabile e chi è derogabile…»

Il team si muove veloce. Ognuno sa cosa deve fare. L’equipaggiamento viene caricato. Si indossano i caschi, le imbracature… L’enorme AW139 viene trasportato fuori dall’hangar sotto la pioggia battente. La squadra sale a bordo. Yuri, il pilota, è al comando con a fianco il suo secondo. I portelloni vengono chiusi. I 5 sono in contatto attraverso ricetrasmittenti che permettono di comunicare tra tutti i membri del team. Yuri procede al check prima del decollo e poi avvia i rotori. Fuori dall’elicottero una spinta d’aria capace di sollevare le oltre 6 tonnellate del velivolo si abbatte come un tornado sull’asfalto della pista. Yuri ha già impostato la rotta: una casa privata nelle campagne attorno ad una cittadina romagnola chiamata Castrocaro. 

    • Sala Crisi da Drago 150.
    • Drago 150 da Sala Crisi. Avanti.
    • Ci stiamo dirigendo al target. 
    • OK Drago 150. Mi dai uno stimato al target. Domanda.
    • 5 primi al target. Quattro adulti e due bambini presenti. Interrogativo.
    • Affermativo. Quattro adulti e due bambini.
    • OK Sala Crisi.

«Durante il viaggio non dicevamo nulla… ti prepari tutto l’anno ad interventi come questo, eppure ogni volta è differente… un’esercitazione è come un copione già scritto, sai come inizia e sai come finisce, ma nella vita reale non è mai così… sapevamo che prima di giungere sul luogo, era inutile pensare a come avremmo agito, quale intervento avrebbe avuto la priorità… dovevamo attendere di essere lì… il fatto che un team di colleghi non fosse riuscito ad avvicinarsi alla casa, voleva dire che le condizioni erano realmente difficili…»

L’AW139 giunge a destinazione: la telecamera dell’elicottero immortala una scena semplicemente inimmaginabile: il tetto di una casa qualunque, ma questa casa sembra essersi materializzata in mezzo ad un torrente in piena che ha le dimensioni di un lago e la potenza di una cascata… Ma ciò che sorprende è la violenza dell’acqua, una violenza che vedi solo in superficie sapendo che è in profondità che la furia è più distruttiva, quando il fiume scava il terreno fino alle fondamenta provocando il cedimento strutturale degli edifici.

Le cime degli alberi ondeggiano impazzite… fusti di oltre 5 metri d’altezza, ma solo le cime spuntano… come radi cespugli in quell’oceano di fango mentre sulla parete frontale della casa l’acqua si infrange in violente ondate.

«Nel fiume cattivo, proprio dentro un fiume in piena era la casa…»

«Tu immagina una casa con acqua che spinge forte e non hai una certezza di una tenuta statica di quell’edificio… cioè mi regge tutta l’alluvione? O mi va giù tra cinque minuti? Quello era il bivio grosso, no?»

All’improvviso su di un piccolo terrazzo compare una donna, alle sue spalle sta un uomo… si proteggono gli occhi mentre guardano verso l’alto… il terrazzo sembra l’ultimo tratto di un minuscolo molo che si affaccia su un oceano marrone.

«Sì, tirava una corrente…» 

«Loro erano già saliti al primo piano che comunque l’acqua sotto spingeva forte…»

«L’acqua era proprio a sfioro della soletta del primo piano quindi bastavano cinque centimetri e gli entrava…»

Yuri decide di far scendere di quota l’elicottero il più possibile. Il vento è troppo forte e calare una persona con un cavo d’acciaio centrando un piccolo fazzoletto di cemento non sarà facile…

«Ho chiesto a Banchi che in quel momento era il secondo pilota di guardarmi un albero a sinistra perché eravamo molto vicini ad un albero…»

«Perché c’era un filo della luce, c’erano gli alberi…»

«Non era una giornata di volo da turismo quindi s’aveva delle raffiche di vento che tenere questo elicottero fermo… cioè c’aveva da doverlo contrastare anche questa inerzia del vento… quindi non è che lo metti lì e ti sta lì…»

«Più in basso di così non posso andare, ragazzi!» La potenza delle eliche fa volare via blocchi di tegole che roteano come fossero boomerang impazziti.

«Questo pesa 7000 chili circa e spinge 7000 chili di aria in basso per poter galleggiare quindi vi lascio immaginare sotto… le cose che volano… c’è di tutto!»

«Va bene! Scendiamo!»

Enrico ed il collega elisoccorritore sganciano il loro moschettone dalle barre di sicurezza, Gabriele apre il portellone. Una folata di pioggia e vento invade l’abitacolo colpendo il volto come uno schiaffo.

«Pronto?»

«Pronto! Mandami giù!» 

Un passo ed Enrico è nel vuoto appeso ad un cavo d’acciaio.

Il verricello viene azionato. La discesa ha inizio. 

«Noi abbiamo calato i SAF sul terrazzino…»

«Era un terrazzino ma non era un’area molto larga dove mettermi quindi… quando scendo sono in balia del vento, di quello che fanno loro…»

Enrico si tiene aggrappato al gancio ancorato alla sua imbracatura. Muove le gambe per contrastare la spinta rotazionale dell’aria. Poi finalmente la punta del piede tocca la superficie in cemento. L’uomo sgancia veloce il suo moschettone. Il verricello risale. Tre minuti più tardi anche Furio, il collega, è sul terrazzo. 

«Siamo entrati in casa… la famiglia era lì. Erano spaventati a morte… l’acqua aveva già cominciato ad invadere il pavimento del primo piano, sollevava i mobili… ed è allora che ho riconosciuto il nostro ex-collega… e quello che mi ha detto ha cambiato tutto!»

«Era questo ex-collega in pensione… Dimmi cosa c’è perché la sala operativa ci ha detto c’è una famiglia da soccorrere, ma sono informazioni sommarie che ci comunicano e mi ha detto: “guarda dietro c’ho i bambini… I bambini?! Sì, i bambini! Porca miseria!»

Giorgia è nel mezzo della stanza con accanto Roberta. La donna tiene in braccio Jenny, la nipotina. La giovane mamma invece stringe al petto qualcosa di piccolissimo: è Diego, avvolto in una copertina azzurra che gli copre la testa. 45 giorni soltanto.

A 20 metri di altezza sopra di loro un elicottero da 6 tonnellate in hovering attende informazioni.

«Ragazzi, abbiamo un problema… due bimbi… Sono piccolissimi…» 

«Quando Enrico fu il primo a scendere, a creare il contatto con questa famiglia, si capì che c’era una forbice tra avere due bambini da recuperare e avere un neonato di 6 mesi in culla e una sorellina di 3 mesi. Quindi lì diventò una criticità perché noi non si ha del materiale pediatrico o per dei corpi così piccoli…»

«Operiamo negli scenari più disparati… ma non ci aspettavamo una bimba così piccola e un neonato… Il fatto è che quando verricelli una persona… quando la issi a bordo di un elicottero che ti genera un tornado capace di scoperchiare un tetto… quando sotto hai una tempesta di fango… quando sei tu e questo affarino piccolo piccolo… che non ha peso… ecco, basta un niente…»

«Insomma, sapere che ci sono due bambini cambia… Sicuramente in quel momento tutti abbiamo dato il 150% perché – vabbè – siam formati… sempre facciamo verricello, barella e tutto quanto… però in effetti cambia sapere… due bambini sotto… sì, sicuramente!»

«Ascoltate! Proviamo con una spinale! Li mettiamo bilanciati su una barella e li tiriamo sù!» La voce di Yuri risuona all’interno del casco di ognuno dei membri del team.

Il rumore di una delle sedie che collassa sul pavimento sollevata dall’acqua che aumenta è come una sveglia. Non c’è altra scelta! Nessun mezzo terrestre potrebbe giungere fin lì e non c’è tempo per recuperare l’attrezzatura necessaria ad evacuare un neonato di 45 giorni soltanto.

«Va bene! Fai scendere la spinale!»

«E c’è una tavola spinale – diciamo – dove si mette il traumatizzato normalmente e poi ci sono delle cinghie per chiuderlo… poi c’è il telo che chiude tutto: la persona è proprio dentro ad un guscio. Però non potevamo mettere un bambino così! Quindi l’abbiamo messo dentro al suo guscio, alla sua culla – diciamo – una culla di quelle portatili tipo “ovetto”… Dentro il suo ovetto e l’abbiamo messo dentro con la sorellina. Tutti e due dentro! Il bimbo piangeva e la sorellina lo rincuorava… una scena! Mi viene la pelle d’oca ancora!»

Enrico si china sollevando Jenny, la bimba di un anno. Lei guarda la mamma spaventata. L’uomo la assicura alla barella. Poi è il turno di Diego, che urla con quanto fiato ha in gola. Il piccolo viene adagiato in un ovetto passeggino. Furio assicura l’ovetto con un paio di cinghie. I bambini vengono posizionati in modo da bilanciare la tavola, per far sì che non si ribalti, che rimanga per quanto possibile in equilibrio… Furio guadagna il terrazzo, Enrico è al suo fianco: un gesto all’elicottero che si mette in posizione per la salita del verricello.

Il collega afferra allora una cima collegata alla tavola e comincia a tirare. La spinale con a bordo i piccoli e a fianco Furio si trasforma in una teleferica che centimetro dopo centimetro sta cercando di raggiungere l’elicottero in una ascesa diagonale…

«Ci s’ha dei cinghiaggi che servono praticamente per bloccare le persone ferite. Si sono usati alcuni cinghiaggi per bloccare la culla e farla diventare solidale con la barella. Si cercava di rendere naturale – va bene? – un recupero che non aveva niente di naturale perché lavorare con dei corpi così piccoli… Per quel tratto di 25-30 metri che ci hanno diviso dalla terrazzina all’equipaggio… generalmente io sono abituato a guardare il mio compagno che mi tiene fermo, che non mi dà la rotazione… io ti dico che lui l’ho guardato appena mi sono staccato, poi era un continuo controllare se questo bambino era nel posto giusto… se la bambina si stesse muovendo…»

«Quando il verricello ha cominciato a tirare… quando sapevo che saremmo andati sù… guardavo gli occhi della piccola che erano pieni di paura… e poi c’era il piccolo che urlava con le guance tutte bagnate dalla pioggia… Durante l’addestramento ti insegnano che le emozioni sono il nemico. È quando ti fai prendere dalle emozioni che commetti degli errori… Devi restare distaccato… devi avere una visione a tunnel… pensare all’obiettivo… ma mi sono voltato solo un istante e ho visto la mamma dei piccoli che  mi guardava… e quando ho guardato i bambini, ho visto i miei figli… dovevo restare distaccato… ma era impossibile!»

«Si sono messi lì. Enrico ha portato su anche la mamma, perché la mamma gli si è fatto fare praticamente il viaggio insieme in modo che anche un viso famigliare anche per i bambini diventa un punto di riferimento…»

Mentre Furio sale verso l’elicottero, Gabriele che è a bordo attiva la action cam posizionata sul suo elmetto, poi si allunga in avanti, si sporge oltre l’abitacolo afferrando la barella mentre tutto attorno a loro è una tempesta di pioggia e vento.

Nel filmato Diego strilla terrorizzato. Jenny è paralizzata, immobile con gli occhi azzurri sgranati, ma Furio invece sorride.

«Non è mai qui il risultato del singolo, ma è una sinergia tra equipaggio che fa sì che si riesca a portare a termine un soccorso anche su una cosa estrema come questa!»

«Per me i colleghi han dato il 150%… ma tutti! Tutti! Nessuno escluso!»

10 minuti più tardi l’AW139 volava verso una delle aree di primo soccorso apprestate dalla Protezione Civile.

Giorgia tiene Jenny in braccio. La bimba scruta fuori dal finestrino indicando con l’indice i tetti delle case… la paura è scomparsa come per magia e la bambina osserva meravigliata il mondo dall’alto… Roberta stringe al petto Diego che guarda la telecamera sul casco di Gabriele incuriosito dal led rosso che lampeggia e ride come un matto allungando in avanti le manine…

«E il bimbo non piangeva più… cioè dentro l’elicottero… il rumore… si era calmato!»

Durante l’alluvione e nelle settimane successive gli interventi di soccorso svolti dal Corpo dei Vigili del Fuoco saranno oltre 21.000 con il dispiegamento di uomini e donne per un totale di oltre 38.186 unità in coordinazione con tutte le forze sul campo: Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di Finanza, Esercito, Aeronautica, Protezione Civile e migliaia di volontari. 

Mentre la pioggia cade senza sosta, un elicottero rosso sfreccia in un cielo color carbone, ma se chiedete ad un pompiere, state certi che vi dirà che nessuno lo chiama “elicottero”. Per i Vigili del Fuoco il suo nome è “Drago”.

«Ora, io te la dico: loro sono completamente atei. Io che non sono ateo, dico da lassù qualcuno ci ha guardato!»

Quando il futuro fa paura 

Siccità, distruzione degli ecosistemi, alluvioni, inondazioni: viene definita “Estinzione dell’Antropocene” o “Sesta Estinzione di Massa” e vede come causa non un meteorite, ma qualcuno a noi molto più vicino: l’essere umano. 

L’attività umana, in particolare quella conseguente alla rivoluzione industriale, sta portando all’estinzione di un numero elevatissimo di specie animali e vegetali, ma ciò che colpisce è la velocità alla quale questo fenomeno avviene. Perdiamo circa tremila specie ogni anno. Secondo un recente studio del WWF, negli ultimi 40 anni l’uomo ha eliminato il 60% delle altre specie viventi.

L’estinzione dei dinosauri, conseguenza di un probabile impatto sulla terra di un meteorite, non è avvenuta in un istante ma ha richiesto secondo gli scienziati circa 30.000 anni. L’essere umano invece potrebbe essere in grado di portare il Pianeta al collasso in meno di 250 con un tasso di estinzione di specie animali e vegetali 1000 volte maggiore rispetto a quello naturale. 

Rimarremo semplicemente soli? Purtroppo no. Un Pianeta incompatibile con la vita dei principali ecosistemi naturali sarà semplicemente incompatibile anche con la vita del genere umano.

Fango – Storia di una Alluvione | Scritto e narrato da Marco Cortesi e Mara Moschini
Una produzione Ass. Moka © Tutti i diritti riservati
Distribuito da VOIS – Podcast Creator Compay

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Fango - Storia di una Alluvione